26/06/13

Recensione: Oliva - Raise the curtain (2013)


Un disco solista di Jon Oliva? Si, esattamente.
In questo disco, il buon Jon ci mostra tutto il suo bagaglio, ripescando composizioni varie (ed eventuali) mai pubblicate fino ad ora, comprese tracce scritte addirittura prima della formazione dei Savatage. Quindi, che genere è questo disco? Tutti!
Ci troverete pianoforti, fiati, chitarre blues-prog-metal-funky, atmosfere teatrali, orchestre. Probabilmente manca solo un pezzo flamenco, ma magari sarò smentito da qualche edizione nordcoreana.

Raise the curtain apre il disco e lascia spiazzati: è praticamente un'intro orchestrale di circa 5 minuti con un sacco di riferimenti anni 70, praticamente un pezzo prog rock pomposo e orchestrale. Se vi piace la parte più aggressiva di questo artista, non preoccupatevi, ce n'è pure per voi, Soul chaser e Big brother, vi aspettano.
Dopo Ten years, che potrebbe fare parte di un musical teatrale, che dire delle chitarre funky di Father time? Inizio stranissimo, ma questo artista può fare davvero di tutto. Il pezzo non è tra i miei preferiti, ma è credibile e godibile ugualmente. Vi posto il video a fine recensione.

Personalmente, il cuore comincia a battere quando le atmosfere si fanno rilassate ed esce il Jon più riflessivo, accompagnato dal suo inseparabile piano. Chi ama le ballad di questo artista (chi ha pensato a Believe?), sicuramente sorriderà soddisfatto ascoltando pezzi come I Know o Soldier, che non sfigurerebbero in un capolavoro assoluto come Streets.
Anche spingendo sull'acceleratore lo stile Jon Oliva è sempre riconoscibilissimo, vedi la magnifiche Armageddon (la ascoltavo ieri in cuffia mentre camminavo non proprio in un bel quartiere di Londra e pensavo stesse succedendo il finimondo. Mi hai fregato, Jon!) e Stalker, con delle bellissime strofe prog metal con qualche intermezzo orientaleggiante e un'interpretazione vocale schizofrenica e intensa come ai bei tempi.

Ancora tanto prog in The witch (che durante i primi 2 minuti potrebbe benissimo essere una strumentale dei Rush), che poi si sviluppa alla Jon Oliva maniera: pezzo molto particolare e convincente, sicuramente uno dei punti forti del disco.
La chiusura è affidata al blues/rock/soul di Can't get away, che nella parte soft mi ricorda un sacco di cose (una canzone di Steve Vai di Aliens love secret, che a sua volta è presa in prestito da Don't let me down dei Beatles) e sicuramente ricorderà un sacco di cose anche a voi, ma l'interpretazione vocale, lo sviluppo e, in generale, la classe di questo artista, fa davvero dimenticare tutto.

Ah, Jon suona buona parte degli strumenti, in questo disco.
Su il sipario e giù il cappello, uno dei dischi dell'anno, per il momento.

Voto 75/100

Best tracks: Armageddon, Soldier, The witch

Tracklist:
01. Raise The Curtain
02. Soul Chaser
03. Ten Years
04. Father Time
05. I Know
06. Big Brother
07. Armageddon
08. Soldier
09. Stalker
10. The Witch
11. Can't Get Away

24/06/13

Recensione: Queensryche - Queensryche (2013)

Avete seguito la telenovela brasiliana dei Queensryche? No? Vi faccio un brevissimo riassunto. Geoff Tate e tutti gli altri componenti della band si scannano. "Ok, separiamoci". "Il nome é mio" "no, il nome é nostro". Per farla breve, sí, ci sono due Queensryche: il disco del simpatico Tate é giá uscito da un pezzo (clicca qui per la recensione), adesso prendiamo in esame quello degli "altri", con Todd La Torre alla voce.

Partiamo proprio da La Torre. Sicuramente un ottimo cantante, ma, se c'é una cosa che non sopporto nell'arte (in generale), é il copiare spudoratamente qualcun altro. Ok prendere spunto, tutti hanno i loro punti di riferimento, diverso é copiare. In questo disco, infatti, un ascoltatore poco attento potrebbe anche non fare caso che Geoff Tate non sia piú il cantante della band, perché il buon La Torre, lo imita sfacciatamente (pure molto bene), e questo a mio parere é inaccettabile.

Detto questo, il disco non é male e vince, non di troppo, la sfida con il disco di Tate (inevitabili, anche se banali, i paragoni): le atmosfere sanno piú di Queensryche, é piú "compatto" e, soprattutto, non ci sono le patetiche cover delle loro stesse canzoni.
Ci sono buoni pezzi come When dreams go to die, In this light, l'orecchiabile Redemption, l'aggressiva Vindication (incredibile il drumming di Rockenfield) o le piú posate A world without e, soprattutto, Open road con una prova maiscuola di Geoff La Torre (vi da fastidio se lo chiamo cosí?).

Il disco scorre bene anche per via della sua breve durata (circa 35 minuti), pochi punti deboli, una produzione cosí cosí, alcuni buoni spunti, ma nulla che, a mio parere, si ricorderá nel tempo. Questo omonimo "Queensryche" infatti, é abbastanza lontano dai fasti del passato ma, fortunatamente, anche da alcune porcherie recenti.
Sperando che questa pagliacciata del nome finisca presto (il giudice si dovrebbe pronunciare a fine anno), mi sembra chiaro che questi "Queensryche" sono una vera band, con molti piú margini di crescita rispetto a quello che definisco un progetto solista (I Queensryche di Geoff Tate). Ammesso che La Torre la smetta di scimmiottare il suo predecessore.
Il tempo ci dirá.

Voto 61/100

Top track: Redemption, Vindication, Open road

TRACK LIST:
1 X2 (1:09)
2 Where Dreams Go To Die (4:25)
3 Spore (3:25)
4 In This Light (3:23)
5 Redemption (4:16)
6 Vindication (3:26)
7 Midnight Lullaby (0:55)
8 A World Without (4:10)
9 Don't Look Back (3:13)
10 Fallout (2:46)
11 Open Road (3:54)

22/06/13

Il demolitore: Jeff Buckley - Grace

Il demolitore é colui che non é mai contento, vede sempre il lato negativo delle cose ed é colui che risponderebbe alla classica domanda: "un bicchiere é mezzo pieno o mezzo vuoto?" con "non é né mezzo pieno né mezzo vuoto, é solo un bicchiere di merda". Incontentabile, demolisce  tutto quello che gli sta attorno, che si tratti di opere d'arte o di monnezza urbana, per lui é quasi tutto sullo stesso piano. Ha una brutta opinione pure di se stesso.
Vediamo di quale disco si lamenterá oggi:


Per me questo Grace é un disco cosí acclamato solo perché Jeff Buckley é morto. Ecco, l'ho detto subito.
Il disco non é cosí male, per caritá, ma sarebbe probabilmente finito nel dimenticatoio se Jeff fosse ancora vivo. Ho detto pure questo. La rivista Rolling stone lo ha inserito al 303esimo posto nella classifica sui migliori dischi di sempre. Probabilmente avranno sbagliato, volevano scrivere "dei dischi del 1994" (non ne saranno usciti cosí tanti, no?).

18/06/13

Recensione: Alice in chains - The devil put dinosaurs here (2013)



The devil put dinosaurs here
Alice in chains

A cura di Eli brant.

Ascoltando The devil put dinosaurs here, si realizza una volta per tutte che l’assenza di Layne Staley ha privato la band della sua anima malata e straziante.
Quella per cui molti li avevano ricondotti al grunge, ma anche quella che ha accompagnato un’intera generazione nei momenti di malessere che ognuno si trova ad affrontare.
Resta però in piedi e del tutto integra l’altra identità degli A.I.C..
Quella che gli ha permesso di distinguersi da tutti gli altri e li ha resi unici.
Quella oscura e possente che, dopo lo struggimento iniziale, scuote e sconvolge, facendo fuoriuscire ed urlare la propria condizione.

The devil put dinosaurs here conserva intatto quest’ultimo aspetto, ma con una formula ridotta e meno convincente del precedente Black gives a way to blue rispetto al quale perde in freschezza.

All’epoca in particolare (siamo nel 2009), le alchimie vocali tra Cantrell e l’allora semi-sconosciuto Duvall avevano fatto gridare al (quasi) miracolo. Sostituire Staley era impossibile ed allora i due si concentrarono nella costruzione di una nuova personalità attraverso l’intreccio perfetto tra le loro voci.
E l’esperimento, specie dal vivo, era riuscito perfettamente.
Questa volta tuttavia, l’effetto finale è molto meno travolgente e la sensazione è quella di un coinvolgimento ridotto, sterile e più asciutto.

Resta salvo il sound cupo e profondo, così come l’andamento Sabbatthiano lento ed imponente.
Si percepisce inoltre il recupero di alcune sonorità metal dei primi tempi (il che ad alcuni farà piacere, ad altri un po’ meno), mentre l’approccio sonoro complessivo sembra riprendere più che qualcosa dal classic rock, con riff statuari e molto cadenzati.
Insomma, la firma di Jerry non viene meno, così come la sezione ritmica solida e mai banale.
In assoluto però, il disco perde in originalità e resta, a conti fatti, un album difficile: non necessariamente complesso, ma molto arduo da digerire e comprendere.

Non è una delle migliori uscite degli A.I.C., anche se il coraggio, quello sì, di certo non manca ai paladini del grunge: dodici brani per un’ora e 7 minuti.
In un’epoca lobotomizzata dai frenetici ritmi televisivi e da quelli scostanti ed impazziti del web, proporre un album simile è un atto quantomeno azzardato se non imprudente.

Il problema vero, tuttavia, è la mancanza di equilibrio complessivo.
Questo è dovuto non tanto, o non solo, alla composizione della scaletta (che non aiuta, specie nel mezzo) ma piuttosto alla ridondanza di alcuni brani che appesantiscono (e di molto) l’ascolto.
Di attenzione per riuscire a far scorrere per intero l’album ce ne vuole davvero molta ed a tratti sembra persino una piccola impresa.

In realtà però, i brani, presi singolarmente sono ancora notevoli.
Sì è vero, ci sono alcuni passaggi a vuoto come la title track oppure “Hang on a Hook” (che si apprezza solo nella parte finale), ma i singoli (“Stone” e “Hollow”) o la stupenda ballad “Voices” colgono davvero nel segno.
Altre canzoni si godono dopo un po’ di ascolti, come il trittico “Low ceiling”-dal ritornello ammaliante, “Breath on a window”-energica e coinvolgente e la ballad country “Scalpel” che dal vivo conquisterà i cori del pubblico.
In definitiva, siamo forse di fronte un piccolo passo falso per una grande band.
Ma non è di certo una bocciatura, perché brani come Voices e Stone rendono giustizia ad un gruppo inossidabile entrato ormai nella leggenda.


Inutile nasconderselo: si sente tremendamente la mancanza ed il bisogno della classe sopraffina di band come gli Alice in chains.
Persino in momenti meno inspirati come quest’ultimo, in cui, è duro ammetterlo, si soffre per la mancanza di mordente.
Abbiamo però una certezza assoluta: dal vivo la band riesce sempre a far germogliare ed esplodere anche i brani meno riusciti, restituendogli verve e grinta sopiti dietro la patina del disco.

VOTO: 6,5


Tracklist:
1. Hollow
2. Pretty Done
3. Stone
4. Voices
5. The Devil Put Dinosaurs Here
6. Lab Monkey
7. Low Ceiling
8. Breath On a Window
9. Scalpel
10. Phantom Limb
11. Hung On a Hook
12. Choke

Recensione: Headless - Growing apart (2013)


Gli Headless sono una band heavy metal formatasi nei primi anni '90 con una storia molto travagliata alle spalle: la band produce in età molto giovane un EP ed un album, per poi sciogliersi nel 2000, ma nel 2011 la band si rimette insieme e nel 2013 rilascia il nuovo album Growing apart con la seguente line-up: assieme agli "storici" Walter Cianciusi (Guitars) e Dario Parente (Guitars), infatti, si aggiungo Göran Edman (Yngwie Malmsteen, John Norum) alla voce e Scott Rockenfield (Queensrÿche) alla batteria. Niente male come acquisti, mi sembra.

Venendo al disco, ci ritroviamo ad un hard n' heavy classico con (per ovvi motivi) alcuni riferimenti ai Queensryche e altri più prettamente AOR.

L'inizio é ottimo e promettente, God of sorrow and grief é un'ottima opener che possiede la giusta qualitá e potenza, qualitá che comunque non verrá mai a mancare durante tutta la durata del disco. Il disco prosegue con delle canzoni discrete, che peró difficilmente vi si stamperanno in testa, Primetime e Nero Fantasies (per dirne due), seppur ineccepibili a livello di esecuzione, non colpiscono per qualche motivo particolare. Dicevamo anche di qualche riferimento ai 'ryche: il primo secondo di batteria di Be myself sembra proprio quello della magnifica The needle lies da "Operation:mindcrime", il pezzo comunque prenderá una piega diversa ma piace perché si discosta un po' dal resto delle canzoni ascoltate nella prima metá. 
Buona Sink deep in a Fairytale e soprattutto No happy ending, canzone con un gran chorus dove ogni musicista mette in risalto le proprie migliori qualitá, il pezzo piú riuscito dell'album senza alcun dubbio. Da segnalare anche una magnifica cover acustica sul finale dei Rolling Stones, As tears go by, eseguita veramente bene.

Il disco é davvero ben suonato e ineccepibile dal punto di vista tecnico oltre che molto gradevole all'ascolto, il difetto é che non "osa" quasi mai. In particolare nella prima metá, a parte la opener, tutto suona "rassicurante" ma poco personale. Sicuramente meglio la seconda, grazie a piú varietá (Be myself, la cover acustica degli Stones) e soprattutto a un gran pezzo come No happy ending.

Voto 64/100

Top songs: God of sorrow and grief, No happy ending, As tears go by.

Track Listing:
1)God Of Sorrow And Grief
2)Primetime
3)Nero Fantasies
4)Calf Love
5)The Backstabbers Around Us
6)Be Myself
7)Growing Apart
8)Sink Deep In A Fairy Tale
9)No Happy Ending
10)As Tears Go By

14/06/13

Recensione demo: Bolgia di malacoda - A un metro da decebalo (2013)

Ammetto, dal basso della mia ignoranza, che ho dovuto cercare il nome su Internet per capire a cosa fosse riferito il nome della band.

Voi sapete a cosa si riferisce vero? Nel caso foste ignoranti (nel senso che ignorate) come me, ecco il link http://it.wikipedia.org/wiki/Malacoda

Stranissima questa band, ma ci arriviamo tra un pochino, prima un po' di storia con la loro biografia:

"I Bolgia di Malacoda nascono in Maremma come progetto generalmente rock metal, senza bisogno di seguire stili prestabiliti e con l'intenzione di dare risalto alla lingua italiana (appunto..ndr), iniziano ad essere presenti nella mente di Ferus (pseudonimo di Alioscia Rosi) nell'estate del 2010 a seguito del discioglimento dei Nerovena (metal alternativo italiano).... Ferus ad inizio 2012 contatta Michele Rose, batterista con cui aveva già suonato nel Panzerfaust (black metal) e nell'estate del 2012 entra a far parte dei Bolgia anche il bassista Mauro Miele e a fine anno, pur senza un chitarrista, iniziano le registrazioni del primo demo "A un metro da Decebalo" che verrà pubblicato a Maggio del 2013 in versione scaricabile gratuitamente".

La musica, strana, dicevo: un cantato in italiano a metá tra il primo Pieró Pelú ed un cantautore alla Guccini (ne dico uno a caso). Anzi, facciamo cosí: come se una canzone di Guccini fosse cantata da un Pelú incazzato. Sotto il cantato, una chitarra che spesso non si limita ad un "semplice" accompagnamento, ma che va sovente in modalitá "solista" durante i versi. Aggiungeteci una base ritmica a volte alternative/punk e altre metal, con un pizzico di System of a down qui e li. Strano, lo so.

Ho trovato tante cose interessanti in questo A un metro da Decebalo, autoprodotto appena sfornato: l'originalitá prima di tutto (oggi merce molto rara), ma anche qualche difetto. Primo, tra tutti, il volume a volte troppo alto della voce rispetto al resto. Questa, peró, potrebbe essere una scelta voluta dalla band per dare maggior risalto alle liriche decisamente particolari. A proposito della voce, sará per il volume troppo alto, ma, a mio parere, é anche un po' troppo presente (e a volte sgraziata, in episodi come Cosí passa la gloria del mondo o Andremoida), forse un po' di spazio in piú agli altri (bravi) musicisti darebbe piú "respiro" alle canzoni. Ma é solo la mia opinione.

Comunque band sicuramente interessante e dalle ottime potenzialitá, estremamente difficile descriverli a parole, dategli un ascolto e fatevi la vostra opinione!

Contatti:
www.facebook.com/bolgiadi.malacoda

Tracklist:
1) Malacoda
2) Nel dubbio vedo nero
3) Cosí passa la gloria del mondo
4) Andremoida
5) A un metro da Decebalo

13/06/13

Top 10: Pearl jam

Beccatevi la top ten del giorno: é la volta dei Peggem!
Sará un pomeriggio durissimo, scegliere solo 10 canzoni sará impresa titanica, ne ho almeno una trentina in mente...vediamo che combino.

10) Crazy mary (cover)
Lo so, non è il massimo partire con una cover, che tra l'altro non è neanche tra le mie preferite in assoluto, ma è legata al ricordo del mio primo concerto dei PJ, in quel di Pistoia nel 2006. Ero davanti ad un megaspeaker e, sentire a volumi megagalattici il primo accordo di Stone Gossard accompagnato dalla suadente voce di Eddie, mi ha letteralmente tolto il fiato per qualche secondo. Non sto scherzando. Uno dei migliori "suoni" che abbia sentito in vita mia e uno dei migliori ricordi di tutti i concerti che ho visto, nel corso degli anni. Ho trovato proprio quel video, non sarà la stessa cosa, ma godetevelo lo stesso.


9) Do the evolution (da Yield)
Canzone con un grandissimo testo e con uno dei videoclip piú belli di sempre, sull'evoluzione, l'aviditá dei potenti e sulla la cattiveria umana. La versione live (cantata in una tonalitá differente e molto piú veloce) a mio parere vale molto di piú di quella da studio, ma non voglio privarvi di un'occasione per (ri)vedere questo magnifico video.
Curiositá: il basso della canzone é stato registrato da Gossard (autore della musica), non da Ament. Non ve ne frega nulla, vero? Ok guardatevi il video.


8) Grievance (da Binaural)
Altro testo politicamente impegnato ed estremamente interessante, contro la tecnologia a tutti i costi e sulla la perdita della privacy nella societá odierna, purtroppo sempre piú attuale.
Matt Cameron nei primi periodi dei PJ era un animale, guardate la sua performance (ma anche quella degli altri) dal David Letterman Show. Big eyeeee big eyeee watching meeeeeeee


7) Come back (da Pearl jam)
Un tributo a Johnny Ramone appena scomparso. Proprio lui ha insegnato ad Eddie l'amore per un certo tipo di ballate, lui lo ripaga con questa canzone-tributo in quello stile. Testo magnifico, con Eddie che canta "come back" all'amico scomparso. Brividi assicurati, durante questi 6 minuti. La ciligiena sulla torta é il meraviglioso assolo di Mike McReady sul finale.


6) Go (da Vs)
Comincio col dire che la versione da studio, a mio parere, é bruttarella. Non odiatemi per questo.
La versione live (soprattutto post 1998), invece, spacca: Cameron cambia la batteria e i fastidiosi cori nel ritornello non ci sono piú.. Et voilá, canzone sistemata.
Eddie dice a qualcuno di andare, anzi di non andare, no, forse si riferisce al suo furgone, boh. Se qualcuno ne sapesse di piú, mi illumini, per favore. Ah, godetevi anche la faccia di Mike Mcready, durante l'esecuzione della canzone. L'avevano svegliato 10 minuti prima?
Legata al mio bellissimo ricordo dello show di Manchester.


5) Black (da Ten)
Probabilmente la ballad piú famosa dei PJ (a pari merito con Betterman) quindi non ha bisogno di troppe presentazioni.
Vi propongo la versione del famoso Unplugged di Mtv. Eddie fa casino col testo nella prima parte della canzone, ma in compenso, improvvisa una seconda strofa da farvi rizzare i peli delle orecchie (nel caso li aveste).
Prestazione vocale assurda (in senso positivo, si intende). Let the music do the talking...


4) Corduroy (da Vitalogy)
Vi piace la versione studio? Sinceramente... Ok, siamo d'accordo.
Corduroy é una di quelle tantissime canzoni dei PJ che mi é "arrivata" tardi: mi ha colpito solo dopo 5-6 anni di ascolti (distratti). Una cosa che mi succede solo con i Pearl jam.
La canzone ha un bellissimo testo, sul rapporto conflittuale di Eddie Vedder nei confronti della popolaritá: (da Wikipedia) « Si, quella canzone è ispirata alla rivendita di quella vecchia giacca di velluto che indossavo. Penso di averla pagata 12$ e fu venduta a 650$. L'ultima volta che l'ho vista l'aveva un ragazzo in TV, e la portava in una maniera prevedibile, credo, come mi vestivo io in quei giorni in cui avevo i capelli lunghi e la maglia dell'esercito. Vidi questo nuovo personaggio in una soap-opera , così c'era un ragazzo, più affascinante di me, che la indossava durante una puntata di "General Hospital". E la cosa divertente è che quel ragazzo era Ricky Martin.»


3) Nothingman (da Vitalogy)
Capolavoro scritto da Eddie Vedder e Jeff Ament. Anche in questo caso, la canzone rende al massimo solo in sede live, grazie a suoni piú diretti e un'interpretazione vocale superiore. Godetevi la magnifica voce di Eddie, prima in due ottave differenti, poi in un crescendo finale. La mia versione preferita é quella del Live on two legs, che vi propongo qui sotto.
Cosa c'entra l'immagine del video? Non lo so.


2) Immortality (da Vitalogy)
Non appena parte l'arpeggio iniziale, il mio corpo si blocca. E' come quando spostate la testa per non prendere uno schiaffo o quando inciampate e vi riparate con le braccia per non cadere di faccia. Un istinto, non ci potete fare nulla.
Cazzate a parte, la canzone é meravigliosa e si dice parli in qualche modo di Kurt Cobain "as priviledge as a whore, victims in demand for public show..", anche se Vedder non ha mai confermato queste voci. Grande canzone (stavolta anche da studio) che vi entra nelle vene con un arrangiamento superlativo, tutto é al posto giusto. Godetevela, con il testo.



1) Given to fly (da Yield)
Copio-incollo dalla precedente top 20 (generale)
La canzone che mi ha fatto innamorare dei Pearl jam. Il crescendo delle chitarre, dal bridge in poi, mi manda fuori di testa. Dategli una chanche: mettetela a volume dignitoso (altissimo) e lasciatevi trasportare. Vi chiederá sempre piú volume. E' una canzone corta, dalla struttura canonica, senza soli, ma nonostante tutto questo resta la mia preferita in assoluto. Non ascoltatela come sottofondo, morirá, chiede attenzioni.  Ma che cazzo sto scrivendo....
Ho trovato in rete un video con delle immagini che colgono lo spirito della canzone.
Eccola, buon viaggio, ciao:

11/06/13

Recensione: Black Sabbath - 13 (2013)


I dinosauri sono tornati! Beh, passatemi il termine, dato che l'ultimo album dei Black sabbath (con Ozzy) è datato 1978... Non ero ancora nato! Rieccoli nel 2013 e... l'album c'é, eccome se c'é!

Ma prima:
Nelle puntate precedenti (da leggere col tono del doppiatore italiano delle serie americane): Tony Iommi ha avuto seri problemi di salute, con i quali combatte ancora, Ozzy ha avuto tutte le vicissitudini di questo mondo e Bill Ward è stato allontanato dalla band, ufficialmente per questioni contrattuali. Successivamente si conoscerà l'amara verità: non suona da troppo tempo e non è in grado di sostenere un tour. (voce da doppiatore mode off)

La formazione del disco è quindi (non so perchè la voglio mettere in colonna):
Ozzy Osbourne
Tony Iommi
Geezer Butler
Brad Wilk (in passato con i Rage against the machine).

Iommi è sempre ispiratissimo in ogni singola nota che sforna, Butler il solito animale nel basso, Ozzy canta abbastanza bene (vabbè, diciamo nei suoi standard), molto piú nello stile solista che nello stile Sabbath di inizio carriera e Brad Wilk esegue alla perfezione il compito assegnatogli, pur non essendo all'altezza di Bill Ward, a mio parere.

I pezzi di questo 13 sono molto validi, probabilmente non hanno il dono della sintesi (se dovessi trovargli un difetto), ma sono molto validi. End of the beginning, God is dead? (con tanti saluti alla grammatica inglese) con temi esistenziali sullo sfondo, hanno il compito di opener del disco, e funzionano alla grande, soprattutto la seconda.
Dopo una discreta, ma non memorabile Loner, da segnalare è Zeitgeist che, anche se la ascoltate sotto la doccia con vostra mamma che canta canzoni napoletane in sottofondo, non faticherete ad accostare a Planet caravan, come se fosse un secondo capitolo.

Ottima anche la seconda metà del disco.
A proposito, che bello vedere un disco con solo otto tracce, come ai vecchi tempi, il disco si assimila meglio e addio ai riempitivi. Così si fa!
Dicevo, la seconda parte del disco, anch'essa ispirata: Age of reason con un bell'assolone finale vecchio stampo, la magnifica Live forever, con un bel riffone che mi riporta a Hole in the sky e con Ozzy che recita "I don't want to live forever, but I don't want to die".
Altro gran riff in stile southern quello di Damaged soul, con Iommi che, sul finale, ci delizierà ancora una volta con un gran solo. Chiude il disco Dear father, con il miglior chorus del disco e con un ottimo break a metà brano. Il mio pezzo preferito del disco.

Questo 13 non sarà all'altezza dei vecchi capolavori del passato, ma questi signori, alla loro veneranda età e con i miliardi di dischi alle loro spalle, hanno sfornato un prodotto che straccia il 90% delle uscite discografiche attuali. Scusate se è poco.

Voto 71/100

Top tracks: God is dead?, Live forever, Dear father

Tracklist:
1) End of the beginning
2) God is dead?
3) Loner
4) Zeitgeist
5) Age of reason
6) Live forever
7) Damaged soul
8) Dear father

07/06/13

Live report: Megadeth - Brixton academy - London 06/06/2013

Un altro dei miei miti giovanili è depennato dalla lista di persone da vedere prima di morire. Certo, la persona in questione, Dave Mustaine, non è proprio il massimo della vita, ma rispetto estremo come musicista, nonostante l'ultimo album non sia proprio eccelso (Clicca qui per la recensione). Ma andiamo per gradi.

Mi avvicino in zona Brixton e vedo un posto lercio per mangiare... perfetto, proprio quello che stavo cercando. Ordino 3 volte una 7up e, alla quarta ordinazione, spazientito, finalmente arriva.. Finisco di sbranare il mio mezzo pollo arrostito e mi avvicino all'academy tra vichinghi con magliette dei Megadeth. Voi direte: ma a noi, cosa ce ne puo' fregare della 7up e di sapere cosa hai mangiato? Vi spiego subito: sono accomodato nell'arena dell'academy e siccome sto odiando il gruppo di supporto (che si dovrebbe chiamare Bleed from within), mi sto tenendo impegnato col cellulare scrivendo qualcosa, cercando di ingannare questa mezz'oretta che manca all inizio della setlist dei Megadeth. Si, sto scrivendo durante il gruppo di supporto.
Per inciso, il gruppo non è per nulla male, anzi, sti ragazzi dal forte accento scozzese (appena il cantante parla, quelli accanto a me ridono) sono davvero bravi, il problema è che non sopporto lo scream del cantante, per questo ho piazzato i miei fidati tappi nelle orecchie. Lo so che non faccio bella figura a dire questo, ma me ne fotto. Il resto lo scriverò da casa. Passo e chiudo.

Rieccomi, per il resoconto (in differita) del concerto dei Megadeth. Mi tolgo subito 2 pesi:

1) Ho constatato di persona che Mustaine ha chiari problemi di voce e non riesce più a cantare le note alte, tutto il resto lo fa come al solito.
2) Drover e Broderick sono due ottimi musicisti, soprattutto il secondo, davvero eccezionale, ma io Menza e Friedman non li sostituisco manco con Gesù cristo e Satana.

04/06/13

Recensione: Megadeth - Super collider (2013)


Dove ci eravamo lasciati, caro Dave Mustaine?
Sì, a dichiarazioni deliranti, ad un nuovo corso spirituale, ad un ultimo album (Thirteen) pieno di pezzi editi una quindici di anni or sono e a delle performance vocali estremamente discutibili, on stage, anche per colpa dei problemi di salute che lo hanno accompagnato negli ultimi anni. Ci ritroviamo adesso con questo Super collider, come sarà? Aspettate che ci arrivo, con calma.

Un dato di fatto  è che, vocalmente parlando, il nostro caro Dave non ne ha più: quasi tutte le linee vocali sono cantate con il freno a mano tirato, segno di un cantante che non ha più molto da offrire, anche se il buon gusto rimane, nonostante tutto. La voce si assesta sempre su tonalità da "appena alzato dal letto" e dice addio ai picchi di un tempo. Il vero punto debole del disco è proprio questo, a mio avviso.

Le dichiarazioni di Mustaine anticipavano che, questo Super collider, sarebbe stato un ritorno alle vecchie sonorità thrash. È così? Assolutamente no. Come sonorità mi ha ricordato in più di un'occasione The world needs a hero, ma il thrash degli esordi, scordatevelo. Anzi no, c'è un punto del disco in cui strabuzzi le orecchie (!?), ovvero la seconda metà della sesta traccia: la parte finale di Dance in the rain è come un viaggio nel passato, sembra di ascoltare i Megadeth di circa 25 anni fa, pezzo migliore del disco. Broderick e Drover, oltre al (quasi sempre) fidato Ellefson funzionano a tratti.
Se la prova del batterista é buona, forse da Broderick ci si aspettava qualcosa di piú, magari solo piú spazio per esprimere le sue potenzialitá, invece appare spesso soffocato dalle strutture delle canzoni e da Mustaine.

Uno sguardo veloce agli agli altri brani: l'opener Kingmaker è una tutto sommato buona canzone in pieno stile Megadeth, il problema è che la strofa è Children of the grave dei Black sabbath e il ritornello è la brutta copia di Skin o' my teeth.
Il singolo Super Collider è sicuramente una canzone ampiamente evitabile (ma si sa, i primi singoli sono spesso evitabili) e in Burn! Dave recita "Burn baby burn" ma si è dimenticato di aggiungere "discooooo infernooooo".
Stralci di buona ispirazione si vedono intorno a metà disco, con Built for war (un po' ripetitiva, ma fondamentalmente una discreta canzone) Off the Edge (con la strofa migliore dell'album) e come già detto prima, Dance in the rain, canzone con un testo "sociale e politicizzato". 

La seconda parte del disco non é proprio il massimo, le tracce 7-8-9 sono abbastanza inutili, a parte un diversivo di chitarra country di The blackest crow. Discorso diverso, invece, per Don't turn your back... sicuramente una buona traccia, energica e di discreto gusto.
Una cosa notevole c'é ed é a fine album: é la cover dei Thin Lizzy, Cold Sweat (i Megadeth ad inizio carriera erano soliti registrare molte cover, l'ultima ufficiale su disco la trovate in So far, So good, So What del 1988), probabilmente la migliore canzone dell'album. Capirete che c'é un problema di fondo se una delle cose migliori di un album é una cover.

In ogni caso, non mi sento di giudicare male questo Super collider, qualche stralcio di classe c'é ancora, le canzoni non sono il massimo e vocalmente parlando é sotto standard, peró il disco si fa, tutto sommato, ascoltare nella sua interezza, pur senza grossi picchi. Ricordiamoci che é il quattordicesimo disco di una band che ha fatto storia, ripetersi non é facile.
Ah, dopodomani li andró a vedere dal vivo alla Brixton Academy, restate sintonizzati per il live report.

Voto 58/100

Top songs: Dance in the rain, Cold sweat
Skip song: Forget to remember

Se volete leggere la discografia semiseria dei Megadeth, cliccate qui senza timore reverenziale

03/06/13

Recensione: Queens of the Stone Age - ...Like clockwork (2013)



..Like Clockwork”
Queens of the stone age

“Mio nonno diceva che capita a tutti noi di esser buttati al tappeto.
 Ma ciò che conta è lo “stile” con cui ci si rialza” - Homme

Recensione a cura di Eli Brant.

 Finalmente.

Sono passati sei anni da “Era Vulgaris” e Josh Homme (voce/chitarra, mente e cuore dei Q.O.T.S.A.) ci aveva lasciati a secco per molto tempo. Decisamente troppo tempo.

Seppur inframmezzata da numerosi lives (peraltro non in Italia!) e dall’eccezionale debutto dei Them Croocked Vultures (con Dave Grohl, John Paul Jones e Alain Johannes) l’attesa è stata davvero estenuante.
E’ ne è valsa la pena? Sì. Assolutamente sì, ne è fottutamente valsa la pena!

02/06/13

Live report: Green day - Emirates stadium - London 01/06/13

Dopo il concerto dei muse della settimana scorsa rieccomi all'Emirates stadium, per la serie: quando in un posto non ci vai mai, quando ci vai 2 volte nell'arco di una settimana.

Il tempo é ancora una volta superclemente, la security é gentile con me e io mi piazzo a sinistra rispetto al palco.

Cominciano i Kaiser chiefs, che onestamente conosco poco o nulla: venendo dal concerto dei Muse, dove mancava poco che atterrassero gli alieni, l'impatto é stato impetuoso: la band si presenta on stage con uno sfondo tipo lenzuola delle nonna al quale mancava solo la firma "scuola elementare Aldo Moro, 5a B". La band non mi dispiace affatto, suona abbastanza grintosa e si fa valere con il pubblico, che ricambia.
La cosa che salta piú all'occhio é la mania di protagonismo del cantante, un incrocio tra Jovanotti, Jim Morrison e un altro a caso (sceglietelo voi) che fa casino sul palco: manomette e imbraccia la telecamera del povero cameramen, canta sdraiato, scende tra il pubblico, nella famosa I predict a Riot si arrampica sull''impalcatura (un tizio ben vestito bene gli urlava qualcosa del tipo "sceeendi di laaa" tipo nonno con nipote) e si improvvisa centometrista correndo da una parte all'altra del palco, pretendendo svariate volte che il pubblico lo accompagni con una "ola" da stadio.
E' il cantante del gruppo di supporto, se dovesse diventare headliner, secondo me si farebbe lanciare con una catapulta.
Comunque, la band mi é piaciuta e ha scaldato la folla a dovere.

I Green day: un coniglio (o meglio, un uomo vestito da coniglio) ci annuncia che la band sta per salire sul palco ed é il delirio. Il concerto comincia con 99 Revolutions e le prime file cominciano ad andare fuori di testa, nonostante la canzone sia di una monotonia spaventosa. Da quel momento in poi saranno 2 ore e mezza piene di pogo e di tutto quello che vi potete immaginare da un concerto punk rock.
Proprio il pubblico, a mio avviso, é stato la cosa piú bella del concerto: nonostante i circa 30000, noiosissimi, "Oh oooooohh" lanciati da Billie Joe durante tutto il concerto, il pubblico ha sempre risposto a piena voce. Io dopo le prime 4-5 canzoni mi sono rotto i maroni, in veritá.


Durante la successiva Do you know your enemy, Billie nota tra il pubblico un tipo vestito con una tuta tipo Diabolik, peró con i colori della bandiera inglese: lo fa salire sul palco e lo fa cantare, dopodiché lo invita a fare stage diving tra il pubblico, che lo accoglie a braccia aperte. Un'altra cosa che mi é piaciuta molto del concerto é proprio questa sorta di interazione col pubblico e la spontanietá di questi avvenimenti, ne vedremo altri dopo.
Mike Dirnt é sempre il solito, con un suono di basso abbastanza grezzo che lo ha sempre contraddistinto, e Tre cool pare parecchio imbolsito, ma si scioglierá con il passare del tempo, sia musicalmente che come atteggiamento. La band é accompagnata da un corista/chitarrista e da un factotum che suonerá un po' quello che la canzone richiede.
Il suono generale non é proprio il massimo, ma forse era solo la mia posizione, non saprei. Andando avanti con la scaletta, dopo un po' di pezzi nuovi, ritorniamo indietro ai grandi brani di American Idiot, che sono decisamente una spanna sopra i nuovi e, anche se sono suonati a praticamente il doppio della velocitá (vedi Holiday), fanno cantare tutti. Billie Joe stavolta pesca un bambino di circa 10-12 anni tra il pubblico, lo fa salire sul palco per far mostrare a tutti il suo "cartellone" che non é altro che un tenerissimo "Green day Rocks", scritto con i colori a spirito in un foglio di quadernone. Il bambino rimarrá impassibile, a mo di statua a centro palco, con le braccia in altro a mostrare il suo foglio per un paio di minuti, mentre la band suona Boulevard on broken dreams. Alla fine lo hanno quasi dovuto trascinare fuori, si era quasi pietrificato.


Dopo una magnifica Stray heart, la scaletta ci porta indietro nel tempo, Billie Joe imbraccia la sua fedele chitarra bianca degli esordi (quella con gli adesivi) e va in atto la parte migliore dello show, con un sacco di pezzi presi da Dookie, e per me é come ritornare ragazzino: Burnout, Sassafras roots, Welcome to paradise e Longview, inframezzate da una ottima Hitchin' a ride.
Durante Longview sale sul palco un ragazzo che viene invitato al microfono e fa un figurone, perlomeno a livello di impatto scenico. Il video a termine recensione.
Dopo Knowledge con il sax (sí, il sax) in bella mostra, altra breve carrellata da paura: St Jimmy, When I come around, Basket case e She. Billie Joe invita una ragazza in abbigliamento sobrio punk anni 70 e, dopo i convenevoli, le fa imbracciare la chitarra, le dice che la canzone é composta da 3 accordi, le dice quali sono, e la ragazza suona al posto suo. Anche lei fa la sua bella figura e, dopo aver riconsegnato la chitarra, stampa un bacio in bocca a Billie.


Comincia l'ultima parte dello show e il delirio: la band si ripresenta sul palco con travestimenti vari e lo show va fuori di testa. Si comincia con la sobria King for a day dove Billie Joe annaffia le prime file con una pompa, poi prende un enorme spara-cartaigienica per permettere a tutti di asciugarsi e infine regala qualche maglietta ai fans. Come? Con uno sparamagliette, che domande: una specie di minicannone che (appunto) spara magliette appallottolate ad una potenza pazzesca, riuscendo a coprire quasi ogni zona dello stadio. Per un paio di metri non ne ho beccata una, peccato.
Segue un medley musicalmente molto discutibile ma estremamente divertente. Entra in scena anche il coniglio a far casino e si buttano tutti per terra, suonando piano e canticchiando (tra le altre) Satisfaction e Shout. 10 minuti di delirio musicale e scenico, con Tre cool che andrá anche anche a cantare (facendo il deficiente) e Billie Joe che lo sostituirá alla batteria.
Riporta tutto alla normalitá una evitabilissima X-kid, ma giá nella successiva Minority, l'ambiente si scalda nuovamente con il pubblico, incitato a cantare dalla scenografia, che non si fa certo pregare per farlo.

La band si ritira per un minutino e al rientro parte con una potentissima e cantatissima American Idiot seguita dalla mia preferita Jesus of suburbia, che é sempre un piacere da sentire: Un Tre cool maestoso, canzone che ascolterei anche con la sola traccia di batteria... il gusto non si insegna da nessuna parte.
Chiude il concerto, dopo circa 2 ore e mezza di tiratissimo show, una tranquillissima Brutal love, con "accendini" di nuova generazione (smartphone) a fare la suggestiva coreografia.

Foto donata gentilmente da Gabriele G.

In conclusione, aspettative super ripagate, dal concerto dei Green day mi aspettavo tanto divertimento e cosí é stato: Billie Joe tiene benissimo il palco, corre da una parte all'altra per intrattenere il pubblico e si carica lo show sulle spalle, impresa non facilissima: diciamoci la veritá, i Green day non hanno un repertorio da stadio come possono averlo i Bon Jovi e non godono di scenari pazzeschi á la Muse, ma riescono nel loro intento con tanta simpatia e con un'ottima interazione col pubblico. Scaletta ottima che accontenta davvero tutti: pezzi dai primissimi album, tantissimi dagli amati Dookie e American idiot, pezzi dall'ultima (discutibile) trilogia e altri pezzi presi in maniera random dalla discografia.
Se passano dalle vostre parti, andateli a guardare, 2 ore e mezza di divertimento assicurato.


 Top songs: Hitchin' a ride, Longview, Jesus of Suburbia.

Setlist:
1) 99 Revolutions
2) Know Your Enemy
3) Stay the Night
4) Stop When the Red Lights Flash
5) Letterbomb
6) Oh Love
7) Holiday
8) Boulevard of Broken Dreams
9) Stray Heart
10) Nice Guys Finish Last
11) Waiting
12) Missing You
13) Burnout
14) Sassafras Roots
15) Hitchin' a Ride
16) Welcome to Paradise
17 Longview
18) Going to Pasalacqua
19) Knowledge
20) St. Jimmy
21) When I Come Around
22) Basket Case
23) She
24) King for a Day
25) Shout / (I Can't Get No) Satisfaction / Always Look on the Bright Side of Life
26) X-Kid
27) Minority

28) American Idiot
29) Jesus of Suburbia
30) Brutal Love