31/03/13

Recensione: Stereophonics - Graffiti on the train (2013)

Chi calcola ancora gli Stereophonics? Non lo so, ma mi va di scrivere lo stesso una breve recensione. Ho conosciuto la band ad un festival, qualche anno fa. La band in sede live mi è piaciuta parecchia, esibizione onesta, sincera, senza troppi fronzoli. Molto più rock rispetto a quello che traspare su disco. Ho acquistato il precedente Keep calm and carry on al supermercato per una sterlina ed essendomi piaciuto abbastanza, è risultato uno dei miei album preferiti per qualità/prezzo (sfido io, a quel prezzo), quindi mi sono avvicinato a questo nuovo album: Graffiti on the train. 

30/03/13

Recensione Mark Lanegan - Blues Funeral (2012)


Recensione a cura di Eli Brant

Un solo termine per definire Blues Funeral? Intenso.

E’ il 2012 e Mark Lanegan nella sua carriera ha praticamente detto e fatto tutto.
Forse possiamo definirlo come il Dave Grohl dell’underground per la poliedricità e prolificità degli ultimi anni. Nonostante il suo incedere sornione, infatti, Lanegan è al centro dei progetti più sperimentali e curiosi del rock dell’ultimo decennio. Dopo le collaborazioni con Josh Homme nei QOTSA, Greg Dulli (The Glimmer Twins), Isobel Campbell, si è da ultimo persino cimentato con alcuni nuovi brani per il box-set dei Mad Season (di prossima uscita e che meriterà sicuramente un racconto a sé).
Tuttavia, un conto sono le collaborazioni ed un altro è un disco solista.

27/03/13

Recensione: Avantasia - The mystery of time (2013)

Diciamolo, Tobias Sammet é una garanzia.
Non che tutti i suoi "prodotti" siano eccelsi, affatto, peró diciamo che difficilmente si rimane completamente delusi dai suoi dischi, essendo in grado di affermare: "questo disco fa cagare". Questo The mystery of time, infatti, non solo non fa cagare, é pure un gran bel disco, probabilmente il miglior Avantasia dopo i primi due, inarrivabili, capitoli.A proposito, se volete la mia breve opinione su tutti gli album Avantasia cliccate qui senza timore. Se avete timore non fa nulla.

26/03/13

Recensione Iron Maiden - Maiden england '88 (2013)

Ed eccolo, signore e signori! UN ALTRO LIVE DEGLI IRON MAIDEN!!!! Lo stavate aspettando eh! Ammettetelo!
Eccola, l'ultima frontiera della band: pubblicare concerti nuovi non era abbastanza, la band (e soprattutto il management) si mette pure a "resuscitare" vecchi concerti. Sí, perché questo Maiden England in realtá uscì una ventina di anni fa in versione combo VHS/CD.
Eccolo pure nel 2013, siete contenti? E sapete che ha fatto il sottoscritto? Cretino com'é, lo ha pure comprato, in versione DVD per giunta, con documentari annessi (e connessi). Non infierite per favore. Oppure scrivetemi "sei un cretino" nei commenti, accetteró.

25/03/13

Recensione: 373° K – Spiriti bollenti



Recensione a cura di Antonio Spina

"Spiriti bollenti” è piu’ che un disco,è un messaggio che la band bolognese 373°Kelvin vuole lanciare ai suoi ascoltatori. Formatasi tra i corridoi del DAMS di Bologna, nota accademia di musica-cinema-teatro, la band propone un rock’n’roll senza mezzi termini intriso di blues, hard rock ed heavy metal, ma che è intriso di contenuti filosofici volti a spiegare il disagio che la societa’ moderna e la quotidianita’ provocano nell’essere umano che a sua volta ne risulta standardizzato e portato ad “ebollizione”. Ed è proprio la metafora della temperatura a dare il nome alla band che riesce a riversare tutto il loro stato d’animo, la loro rabbia e voglia di resistere nel primo pezzo omonimo, 373°K,una botta energica e potente che sa di palla infuocata!

24/03/13

Recensione: Needlework - Needlewok (2012)



Ed eccoci ai Needlework con il loro Needlewok, nome che, per detta della band, vuole essere un simpatico omaggio alle numerose occasioni in cui il nome della band è stato, per errore, storpiato in locandine live assortite (da “Need A Work” a “NerdWork”).
La band bresciana, formata da Chicco, Venni, Frenz e Stofen é in giro dal 2001 ed ha parecchie registrazioni e partecipazioni a concorsi (e vittorie) al suo attivo.

19/03/13

Recensione: Black rebel motorcycle club - Specter at the feast (2013)


Recensione a cura di Fabio S.

Ogni volta che esce un nuovo album dei BRMC vado un po’ in ansia, perché sin dal 2001, quando rimasi folgorato da “Whatever Happened to my Rock ‘n’ Roll”, ho iniziato a seguirli senza mai abbandonarli, sviluppando una particolare affezione per questa band. (Gli ho persino perdonato il terribile esperimento strumentale di The Effects of 666, ma vabè, una litigata in 12 anni ci sta tutta). Ansia perché nonostante abbiano sviluppato un loro preciso suono, le loro influenze sono così tante che ogni volta mi chiedo in che direzione vada il loro nuovo lavoro. In sostanza è ansia di rimanere delusi, di essere traditi. Ma basta un solo ascolto per liberarsi di ogni strano pensiero e di rilassarsi, perché “Specter at the Feast” è assolutamente meraviglioso.

Le premesse c’erano tutte, perché a detta di Peter Hayes, quest’album nasce dalla loro anima più profonda, citando come principale ispirazione Spiritualized e Pink Floyd. Se si considera che la band è stata segnata dall’improvvisa morte di Michael Been, ingegnere sonoro storico della band, nonché padre di Robert Been, come non crederli.
Infatti quest’album presenta il suono caratteristico del gruppo, ma portato ad un livello superiore di maturazione, profondità e intensità, o forse riporta, perché ricorda più i primi due album che gli ultimi. Si inizia con Fire Walker, traccia lunga e melodica, con il tipico basso distorto di Robert, insomma, un marchio di fabbrica. Segue la vivace Let the Day Begin, il loro omaggio alla scomparsa di Michael Been, dato che si tratta di una cover della sua ex band, i The Call.
Con le due tracce successive, Returning e Lullaby, si entra in modalità Pink Floyd. Entrambe rappresentano al meglio il concetto di anima espresso dalla band. La prima in particolare è sicuramente la traccia più triste, malinconica e struggente dell’album, con un testo molto profondo; una canzone quasi immacolata.
E’ tempo però di mettersi la giacchetta di pelle e le converse, perché con le prossime tre tracce si entra in zona punk/rock, come ci hanno sempre abituati. Hate the Taste alterna strofe più lente a ritornelli vivaci e aggressivi. Rival esalta invece la batteria di Leah Shapiro , che presenta infatti la ritmica più originale dell’intero album. Teenage Disease è cattiva e arrabbiata, con la cresta e le borchie, è la perfetta candidata a ereditare il testimone di inno punk della band, direttamente da sua maestà Whatever Happened to my Rock ‘n’ Roll. Yeah!!
Bene, vi siete sfuriati abbastanza? Spero di sì, perché è tempo di sedersi e abbassare le luci, perché Some Kind of Ghost rappresenta l’ennesimo marchio di fabbrica del gruppo, questa volta in chiave blues/folk, lento e tranquillo. E si procede con l’inno gospel dell’album, Sometimes the Light. Avevano citato Spiritualized come fonte di ispirazione no? Bene, eccoli. Questo brano non sfigurerebbe se venisse suonato durante una messa liturgica. Ma ci avevano abituati anche a questo, quindi perché meravigliarsi.
Ci avviamo verso la fine del disco, mancano tre tracce. Funny Games è carica di effetti: basso distorto, chitarra con reverber e delay, voce con echo; preludio perfetto al suono maledettamente grunge (oh si, goduria) di Sell It. Una canzone lunga e sporca, che potrebbe tranquillamente essere inserita in una raccolta di Seattle degli anni 90’. Ci piace, e tanto!
Ma ai BRMC non piace chiudere facendo “caciara”, infatti via tutti gli effetti, si torna a suoni puliti, a tonalità melodiche e malinconiche, che sfiorano il pop. Lose Yourself è la lunga (quasi 9 min) ballad con cui si chiude alla grande questo bellissimo album.
Conclusioni? Nati nel 1998, al loro settimo album, i BRMC possono solamente dare conferme ai loro fan. Partendo da tante e diverse influenze, sono sempre capaci di sfruttarle al meglio, gestendole con grande capacità, intelligenza e maturità, per dare vita al loro suono, che ormai è inconfondibile, e realizzare una piccola gemma come questa. Ce n’é un po’ per tutti i gusti insomma: alternative, punk, blues, folk, garage, psychedelic, gospel.... tutto magistralmente amalgamato, che da vita ad un suono che sicuramente continuerà ad ispirare tantissime band, come ha sempre fatto.
Che dire, I just love Black Rebel Motorcycle Club.

Best Tracks: Returning, Teenage Disease, Sell It.

Voto: 8

1) Fire walker
2) Let the day begin
3) Returning 
4) Lullaby
5) Hate the Taste
6) Rival
7) Teenage disease
8) Some kind of ghost
9) Sometimes the light
10) Funny games
11) Sell it
12) Lose yourself

Recensione: X-ray Life - X-ray life (2012)


Recensione a cura di Antonio Spina

Come suona questo disco?Beh,direi Grunge! Anzi no...Hard rock! Mmmm...ok. SUONA, e anche bene! Dopo vari ascolti
non sono infatti ancora riuscito a decifrare bene il genere che propongono questi cinque ragazzi veneti. 
Probabilmente proprio perchè il grunge(e loro si definiscono anche un gruppo grunge) ingloba per definizione anche altri generi quali l'heavy metal,il punk rock e l'alternative rock. State tranquilli...in questo disco c'è proprio di tutto! 


18/03/13

Recensione: Deftones – Koi no yokan (2012)


Recensione a cura di Eli Brant

E’ dura cercare di essere obiettivi quando si è spudoratamente di parte. Allora provo solo a passarvi un concetto. Un’idea che mi è parsa chiara sin dal primo ascolto di “Koi no yokan” e che in fondo è anche il tentativo più sincero di obiettività che posso offrirvi: i Deftones sono diventati leggendari.
Quest’album segna la linea di demarcazione tra una band significativa ed un gruppo immortale.
E non sto esagerando.
Questo era chiaro, ai più, sin dalla strepitosa opera precedente (Diamond eyes) che forse, per molti versi, è anche superiore a quest’ultima fatica. E allora perché arrivare a dire che i Deftones sono tra le migliori formazioni che il panorama rock degli ultimi 20 anni possa offrire? Semplice: solo le grandissime band sono capaci di ripetersi (questo è il loro 7° album!) ad altissimi livelli mantenendo saldo e riconoscibile il proprio sound e contemporaneamente a non scadere nel banale o “già sentito”.
In sostanza, ad evolversi.
E ciò in barba ai boriosi snob per i quali è impossibile eccellere senza “innovare” o creare per forza qualcosa di “rivoluzionario”. Ma anche dritto in faccia ai puristi del genere, pronti a storcere il naso alla prima “variazione sul tema”.
Insomma, Koi no yokan è tutto questo: è un disco chiuso, completo, che acquista carattere ad ogni nuovo ascolto (e scusate se è poco); ha un messaggio a tutto tondo (e proprio per questo non sto lì snocciolarvi come questa canzone sia meglio di quest’altra - benché Tempest e Leathers siano capolavori assoluti!) che in fondo è semplicemente l’amore per la musica. E questo, v’assicuro, traspare in ogni secondo dell’album attraverso un suono (a mio parere) ormai universale, che trascende i limiti di genere. Sicuramente duro (ok sì c’è Nu-metal e allora?), ma con inconfondibili venature melodiche (quelle di Chino) ed una linea ritmica mostruosa (anche se non fresca come in Diamond Eyes). Insomma un prodotto artistico del tutto unico, che risulta godibilissimo anche ai non amanti del genere.
Un disco da sorseggiare a più riprese, per gustarlo dall’inizio (dinamitardo con Swerve city) fino alla fine con i brani più eclettici (What Happened to you?).
Qualche curiosità. E' il secondo album senza Chi Cheng (ancora in riabilitazione dopo il terribile incidente del 2008 che lo tiene legato ad un letto..tieni duro Chi!) sostituito - egregiamente - da Sergio Vega (ex Quicksand). Mentre il titolo richiama un’espressione giapponese che non trova un'esatta traduzione in italiano, ma che dovrebbe avvicinarsi all'idea di “amore a prima vista”.
In breve? E’ il mio album del 2012, sul podio assieme alla struggente bellezza di “Blues funeral” di Mark Lanegan ed alla piena maturità di “Nocturniquet” dei Mars Volta.


VOTO: 8,5

16/03/13

Recensione: Amaze knight- The Key (2012)


Oh, ma sono bravi sul serio sti ragazzi: Fabrizio, Christian, Matteo, Max e Michele, complimenti davvero.
Questi ragazzi torinesi, che formano gli Amaze knight, hanno deliziato i miei padiglioni auricolari con questo The Key, davvero un lavoro sontuoso: curato, vario, tecnico, completo, che vede la collaborazione di Roberto Maccagno come produttore e sound engineer.
Per farvi avere un'idea diciamo che sono un incrocio tra il prog rock/metal di Dream Theater/Porcupine tree piú altre sfaccettature tipiche del progressive rock anni 70. 

14/03/13

Recensione: Sound city - Real to reel (2013)


Oh, Dave Grohl non ne sbaglia una, mannaggia all'animale!
Sará che venivo dall'ascolto ripetuto dell'ultimo "lavoro" dei Bon Jovi con dei suoni fintissimi e iperprodotti, ma, non appena ho ascoltato solo metá di questo disco (in realtá sarebbe una colonna sonora dell'omonimo film) su internet, ho pensato, entuasiasta: "Lo compro!"
Detto, fatto: la confezione é davvero magnifica, packaging old stlye che ricorda molto un mini-vinile. I suoni di questo disco sono davvero micidiali:  puri, diretti, sporchi e rock. Produzione P-E-R-F-E-T-T-A, come l'ultimo dei Foo fighters d'altronde.

In realtá l'opener Heaven and hall (gran titolo!) non mi aveva fatto saltare dalla sedia, ma dalla traccia 2 in poi troviamo dei gioiellini, canzoni semplici, immediate, eseguite e prodotte con la classe dei grandi: Time slowing down in primis, poi altri pezzi veramente ottimi quali You can't fix this (con la cantante dei Fleetwood Mac), The man that never was, e l'adrenalinica Your wife is calling (avrei giurato ci fosse la voce di Lemmy, nel mezzo). From can to can't vede una ottima prestazione vocale di Corey Taylor, anche se lo staccato in mezzo alla canzone rimanda un po' troppo al break di Blackbird degli Alter bridge. A proposito di "questo mi ricorda quello", anche la successiva Centipede mi ricorda molto da vicino Razor dei Foo fighters. Lo perdoniamo perché la canzone (Centipede) é riuscita in ogni caso e il break centrale di batteria di Dave Grohl é micidiale, non serve leggere i credits dell'album per capire che l'ha suonata lui. In entrambe le canzoni si segnala la presenza di un ottimo Josh Homme, grande amico/collaboratore di Dave.

Il pezzo con Sir Paul McCartney, Cut me some slack é sicuramente il piú famoso del disco, perché ha fatto parlare di se al concerto del Madison square garden dello scorso dicembre in quanto é una sorta di reunion dei Nirvana con Paul alla voce. Gli altri musicisti sono, infatti, Novoselic e Pat Smear. La canzone é discreta e onesta, ma niente che faccia gridare al miracolo. La fine del disco vede la presenza di Dave Grohl al microfono nelle piú rilassate e meno dirette (ma non meno ispirate) If I were me e Mantra, con la presenza di Trent Reznor.
Nel caso foste confusi da tutti questi ospiti, vi lascio la tracklist con tutti i dettagli, a fondo pagina.


Disco puro, diretto, sincero. In altre parole: Rock n' roll.
Ah, ci fossero piú personaggi come Dave Grohl al giorno d'oggi...Amore al primo ascolto, non mi resta che guardare il film, adesso.

Voto 77/100

Top tracks: Time slowing down, The man that never was, Your wife is calling

Tracklist:
1) Dave Grohl, Peter Hayes, and Robert Levon Been: Heaven and All
2) Brad Wilk, Chris Goss, Dave Grohl, and Tim Commerford: Time Slowing Down
3) Dave Grohl, Rami Jaffee, Stevie Nicks, and Taylor Hawkins: You Can’t Fix This
4) Dave Grohl, Nate Mendel, Pat Smear, Rick Springfield, and Taylor Hawkins: The Man That Never Was
5) Alain Johannes, Dave Grohl, Lee Ving, Pat Smear, and Taylor Hawkins: Your Wife Is Calling
6) Corey Taylor, Dave Grohl, Rick Nielsen, and Scott Reeder :From Can to Can’t
7) Alain Johannes, Chris Goss, Dave Grohl, and Joshua Homme: Centipede
8) Alain Johannes, Chris Goss, Dave Grohl, and Joshua Homme: A Trick With No Sleeve
9)  Paul McCartney, Dave Grohl, Krist Novoselic, and Pat Smear: Cut Me Some Slack
10) Dave Grohl, Jessy Greene, Jim Keltner, and Rami Jaffee: If I were me
11) Dave Grohl, Joshua Homme, and Trent Reznor: Mantra

12/03/13

11/03/13

Intervista: Hellettrik


Di ritorno (provvisoriamente) nella mia terra natía, non mi sono lasciato scappare l'occasione di incontrare gli Hellettrik, band che ho giá recensito qualche mese addietro (clicca qui): Clay Mignemi (voce e chitarra), Fabrizio Galletta (basso) e Dario Pierini (batteria). Interessante cercare di capire come il sud potesse accogliere la creatività di una band emergente con degli obiettivi così internazionali: si parla di blues americano, rock inglese 60-70, ma anche tante influenze moderne. 

05/03/13

La discografia (semiseria): Pantera

E' la volta dei Pantera, ladies and gentleman: ll talento dei fratelli Abbott, la timidezza di Phil Anselmo e tante copertine brutte.

Metal magics, Project in the jungle, I am the night, Power metal (1983-1988):
Quando chiedi alla band "che mi dite di questi album?" loro rispondono cose del tipo "quali album?" o "Non sono nostri, ti stai sbagliando" o ancora "Se non te ne vai ti ammazzo". Quindi, perchè dovrei prendermi la briga di recensirli o commentarli? Eppure qualche canzone carina c'è, ma di certo non sono la band che conosciamo.

Cowboys from hell (1990)
Dimebag rifiuta la proposta di Mustaine di unirsi ai Megadeth (perchè non c'era posto per il fratello) e la band abbandona (finalmente) il glam per proporci un nuovo sound superaggressivo. E spacca. La copertina del disco è di cattivo gusto (come i capelli di Phil Anselmo), ma non sarà l'unica, non abbiate timore. All'interno troviamo delle canzoni pazzesche come la title track e Cemetery gates. La band diventa grande e si prenota un posto al Monster of rock di Mosca nel 91 per suonare con Ac/dc e Metallica. Bel botto. Bei capelli. Tutti pinguino. Voto 84/100
Top tracks: Cowboys from hell, Cemetery gates, Domination


Vulgar display 
of power (1992)
La copertina è un chiaro messaggio di pace e il disco è il capolavoro della band, almeno per il sottoscritto. La band diventa praticamente una mania in tutto il mondo solamente con due dischi all'attivo (i primi 4 abbiamo detto che non esistono, giusto?) e Walk viene trasmessa in rotazione anche dopo i video di Bim Bum Bam. Se volete leggere la recensione completa (della versione anniversario) cliccate qui. Papararara RE papararara SPECT parararara WALK! 
Voto 95/100
Top tracks: Walk, Fucking hostile, This love



Far beyond 
driven (1994)
Dicevamo riguardo le copertine brutte? In realtà la copertina originale sarebbe dovuta essere un'altra, ben più oscena di questa (in tutti i sensi), difatti è stata giustamente censurata. Il disco? Un mattone. Ma un gran bel mattone: pesante e monolitico, ascoltarlo tutto di fila è un'impresa, ma ci sono taaaaante cose valide e la band viene consacrata a livello mondiale. Il riff centrale di Slaughtered (canzone che non caga nessuno) mi manda fuori di testa. Voto 78/100
Top tracks: I'm broken, Shedding skin, Slaughtered



The great 
southern trendkill (1996)
Comprai il disco il primo giorno a scatola chiusa chiedendomi: "Avranno ammorbidito un po' il loro suono rispetto al disco precedente? Speriamo"
Premo play e Phil urla al secondo 0: UAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHH: no, non l'hanno ammorbidito, in compenso è molto più variegato del precedente e ci sono un sacco di idee, anche se la band comincia a fare a cazzotti e Anselmo e Rex cominciano a strafarsi anche quando dormono. A me sto disco è piaciuto abbastanza, anche se a livello di canzoni non può competere con i precedenti. Un dettaglio da non trascurare: è l'unica copertina decente di tutta la discografia da studio. Però si pentono immediatamente, vedere la prossima. Voto 73/100
Top tracks: War nerve, Suicide note Pt1 e Pt2



Phil va in overdose ed è clinicamente morto, poi resuscita. Hallelujah!
Reinventing the Steel (2000)
Le sue condizioni, come quella di tutta la band, non devono essere ottimali, guardate che copertina che hanno scelto. Sembra la classica foto scattata a ferragosto venuta male, che cancelli dalla macchina fotografica. Loro non solo l'hanno tenuta, ma ci hanno fatto pure la copertina del loro ultimo disco, bravi. Dicono che hanno reinventato qualcosa, ma effettivamente non l'hanno fatto: alcune ottime canzoni e ottimi riff nella prima metà, ma la seconda parte del disco è onestamente bruttina, la band è agli sgoccioli e si vede. Dopo questo disco la band si insulterà tramite stampa e si scioglierà definitivamente. Poi ci sarà la tragedia di Dimebag, ma quella è un'altra storia.
Voto 62/100
Top tracks: Yesterday don't mean shit, Hellbound, Revolution is my name

Vi lascio con un pezzone. Enjoy

02/03/13

Recensione: Dossi Artificiali - Fresh Air and Cold Cola- EP (2012)

Ma tu guarda i casi della vita.

La band che mi ha recentemente contattato per avere  una recensione del loro ultimo EP sono i Dossi artificiali, una band che mi riporta indietro nel tempo:  ho avuto, infatti, la fortuna/sfortuna di condividere il palco con i Dossi Artificiali parecchi anni orsono, durante un concorso musicale in qualche paese sperduto del profondo sud. La fortuna sta nel fatto che ho assistito davvero ad una bella esibizione condita da ottima musica e che mi sono parecchio divertito ad ascoltarli, la sfortuna é che loro arrivarono secondi e la mia band di allora arrivó terza, quindi ci hanno "fregato" il secondo posto. "Fregato" ovviamente tra virgolette, la band mi era piaciuta tanto e, in ogni caso, il primo posto era giá prenotato da una band (a mio parere) raccomandata. Ma questa é davvero un'altra storia.