30/09/14

Chiedilo a Given to rock - Settembre 2014

Ed eccoci con l'appuntamento mensile. Stavolta mi sono dilungato un po' troppo...

C'é il nuovo "angolo dei pareri" (per cercare di sopperire a tutte le richieste di recensioni non soddisfatte), poi due domande sui Nirvana e sui The horrors.

Continuate a fare la vostre domande, chiedetemi pareri, chiedete tutto... Beh, quasi tutto.

Ah, scusate l'ambiente poco luminoso e fastidiosamente gialliccio.

29/09/14

Recensione: Mr.Big - The Stories We Could Tell (2014)


Proprio quando l'attesa per il nuovo dei Mr. Big si stava avvicinando, un brutta notizia ha anticipato il tutto: al batterista Pat Torpey é stato diagnosticato il morbo di Parkinson. Ebbene si, anche i musicisti che seguiamo e stimiamo da sempre non sono eterni e/o immuni da malattie. Brutta, bruttissima notizia, soprattutto per un musicista. Il grande Pat ha comunque suonato nel disco e proverá a seguire Eric Martin, Paul Gilbert e Billy Sheehan in tour, magari riuscendo a suonare qualche canzone.

The stories we could the tell é il seguito (dalla copertina bruttissima) di What if (anch'esso con la copertina terrificante, forse lo fanno apposta), album che mi é piaciuto davvero molto. Si sono riconfermati a quei livelli? Decisamente. Nonostante tutti i problemi, The stories we could tell é un signor disco. 

La musica é la "solita combinazione" di tecnica mostruosa abbinata ad un Hard rock molto leggero ed orecchiabile. Certo, forse 13 tracce sono troppe (ma che ve lo dico a fare...), ma tutte sono estremamente godibili e con un Eric Martin particolarmente in forma, che ogni tanto esce fuori dagli schemi con una risata o quant'altro.

Davvero ottime le canzoni, ma quando puoi contare su quei mostri di Paul Gilbert e Billy Sheehan, tutto é piú facile.
Le canzoni che hanno anticipato l'uscita ufficiale dell'album sono Gotta love the ride, I forget to breathe e The monster in me, che sono tra le mie preferite in assoluto del disco. Il disco é un po' lungo, é vero, ma quantomeno i Mr.big (o chi per loro) sanno gestire i tempi e piazzare la ballad al momento giusto. Giá, le ballad... se c'é una cosa in questa vita su cui puoi andare sul sicuro, sono proprio le ballad dei Mr.Big. Non tradiscono mai. In questo caso abbiamo The man who has everything (che si piazza direttamente nella top 5 delle loro ballad piú belle?), East/west e Just let your heart decide, con un marchio di fabbrica incredibile.

Per il resto una What if we were new dalle strofe Aerosmithiane, Satisfied con un bellissimo botta e risposta (á lá Steve Vai) tra voce e chitarra e una ottima title track che chiude il disco.

Rispetto assoluto per i Mr Big, sulla scena da circa 25 anni e ancora in grado di dire la loro con uno dei dischi migliori dell'anno. Nonostante la copertina.

Voto 72/100
Top tracks: The Man Who Has Everything, The Man Who Has Everything, I Forget To Breathe
  
Tracklist:
01. Gotta Love The Ride
02. I Forget To Breathe
03. Fragile
04. Satisfied
05. The Man Who Has Everything
06. The Monster In Me
07. What If We Were New?
08. East/West
09. The Light Of Day
10. Just Let Your Heart Decide
11. It’s Always About That Girl
12. Cinderella Smile
13. The Stories We Could Tell

25/09/14

Recensione: Flying Colors - Second Nature (2014)


Ecco il disco piú atteso (da me) del 2014.
Aspettate, non sapete chi sono i Flying colors? Beata ignoranza... Ok, ve lo dico subito.
I Flying colors sono Mike Portnoy (sí, ancora lui alla batteria e cori), Dave LaRue (basso),  Casey McPherson (voce e chitarra), Steve Morse (chitarra) e il quasi omonimo Neal Morse (tastiera e voce). Il primo disco (omonimo anch'esso) é uno dei dischi piú belli degli ultimi anni, lo dico senza mezzi termini. Pur essendo nato come una sorta di progetto parellelo, non da l'impressione di esserlo ed é un disco realizzato come si deve, con tanta tecnica (beh, guardate i nomi...), gusto ma anche con cuore.

Mi piacerebbe fare la recensione di questo Second Nature tra un paio d'anni e valutare il disco con tutta la calma del mondo, analizzarne tutti i dettagli e come viene assimilato nel tempo, ma magari tra 2 anni magari a nessuno sbatte di leggerla, quindi, ahimé, la scrivo adesso.

Della qualitá dei musicisti e del gusto che hanno non ne parlo neanche, mi limito ad analizzare le composizioni di questo Second nature. I componenti avevano dichiarato che quest'album sarebbe stato piú "personale" del primo, in quanto hanno avuto tempo di conoscersi e di limare al meglio tutte le loro sfumature e fonderle in un'unica anima (come parlo bene, oggi...). Beh, quello che hanno dichiatato é abbastanza vero. L'approccio alle canzoni in generale é leggermente piú complesso, sfaccettato e meno "semplice" rispetto al precedente ma questo non é per forza un pregio, soprattutto per chi, come me, ha amato la semplicitá e l'innovazione "pop-prog" di quel disco.

Questo Second nature suona, infatti, come piú un progetto di Neal Morse e/o Mike Portnoy, qualcosa che abbiamo ascoltato giá negli Spock's beard o Transatlantic, per intenderci. Ci sono episodi piú "leggeri" che ci riportano al primo disco, per esempio il primo singolo Mask machine o A place in the world, delle belle atmosfere rilassate (leggi ballad) tipo The fury of my love, ma anche altre cose piú "cervellotiche". La lunga opener Open up your eyes é un brano classic prog all'enesima potenza, One love forever che é un prog-folk scozzese, Peaceful harbor con un non so che di chiesa e che ha un finale tra The spirit carries on e qualcosa dei Queen (c'e lo zampino evidente di Portnoy qui) e la conclusiva Cosmic Symphony, divisa in tre parti, che comincia con atmosfere care ai Muse (quanto é bravo Dave LaRue al basso, maledizione), per poi incupirsi e infittirsi a tratti con un maestoso Steve Morse. Una bella canzone, ma che non volevo ascoltare dai Flying colors.

Se é vero che la musica di questo Second nature é buona, anzi buonissima, é anche vero che la semplicitá del primo disco non la cambio neanche morto ammazzato.

Voto 69/100

Top tracks: Mask machine, A place in the world, The Fury Of My Love
Skip track: Lost without you

Tracklist:
01. Open Up Your Eyes
02. Mask Machine
03. Bombs Away
04. The Fury Of My Love
05. A Place In Your World
06. Lost Without You
07. One Love Forever
08. Peaceful Harbor
09. Cosmic Symphony
I. Still Life Of The World
II. Searching For The Air
III. Pound For Pound

24/09/14

Recensione: The Eightball - A roll in the hay (2014)


Riecco gli Eightball!
Li avevamo lasciato con il loro primo EP Adda river, stavolta ce li ritroviamo con un full lenght, dallo "scanzonato" titolo A roll in the hay. Prima di cominciare dovete sapere che questa band mi ha fatto imprecare diverse volte, ma colpa non é loro. Quando apro Spotify dall'ufficio il 90% delle volte mi si apre la loro pagina (in memoria nel browser) e il riff della loro Change my Brain (dal precedente EP) mi si spara a volumi inauditi negli auricolari. The Eightball, sappiate che vi odio, per questo.

22/09/14

Dentro le canzoni: The Beatles – Paperback Writer, 1966.


A cura di Salvo Di Puma

Qual è secondo voi il più alto momento di concentrazione nella giornata tipo di un uomo? Beh secondo il mio modesto parere senza ombra di dubbio è al mattino, quando siamo seduti sulla tazza del bagno. Dunque credo che quel 12 aprile Paul McCartney, durante la prima delle sue sedute, iniziata molto presto (visto che arrivava spesso in studio di registrazione prima degli altri perché viveva a due passi da Abbey Road, in Cavendish Avenue, St. John’s Wood) si ricordò di quel breve dialogo che ebbe all’inizio di quel decennio straordinario con un giovane poeta “beat” Royston Ellis, che confidò proprio a Paul la sua aspirazione a diventare famoso come scrittore di libri tascabili, per l’appunto Paperback Writer. Così nacque il dodicesimo singolo dei Beatles, dove sul lato B era incisa Rain. Era il 1966, l’anno di massimo splendore, di grande creatività, l’anno in cui decisero dopo il Tour mondiale, di dedicarsi al lavoro in Studio, perché come sostenevano loro stessi “quando suoniamo sul palco, non riusciamo a sentirci..”. Era l’anno del primo vero capolavoro, era l’anno di Revolver, ma questa è un’altra storia.

20/09/14

Le Interviste terribbbili: Svertexx

Ritornano le "Interviste Terribbbili"!
Questa volta i malcapitati sono gli Svertexx (anzi, viste le risposte, forse i malcapitati siamo noi), una hard rock band di Treviso (forse) che ha da poco "partorito" l'album Greatest tits.


1) Togliamoci subito il dente: sfogatevi e dite tutto quello che volete sulla vostra band, sul vostro album e su tutto quello che volete, potreste non averne piú opportunitá (parlo per questa intervista, sia chiaro).

Ciao amici di GIVENTOROCK! Noi siamo in ordine alfabetico maya: Lou Bagadge, Tony Camomy, Nakatomo Como, Tommy Love e Steve Mezzucci, in arte gli Svertexx (non possiamo svelare i nostri veri nomi per motivi di sicurezza nazionale). Siamo di Treviso (CT) (Ma Treviso fa provincia di Catania? Sono confuso... NDR) e ci siamo formati 10 anni fa, ma suoniamo in realtà da 2. Gli 8 anni di inattività li abbiamo passati alla ricerca della tecnica definitiva per baccagliare le tipe, fallendo miseramente. Poi abbiamo provato a mettere in piedi un'azienda che si occupava della produzione di vestitini per cani gay, ma la crisi del 2012 ci ha messo in ginocchio. Siamo quindi tornati a fare musica, dato che avevamo gli strumenti fermi a casa

18/09/14

Crescere bene

Qui a Given to rock oggi la pigrizia si taglia col coltello, quindi lasciamo la parola a dei magnifici bambini che hanno il rock nelle vene.

"Baste con le lagnose canzone per bambini" sembrano dire "vogliamo il rock, cazzo".





15/09/14

Live report: Edguy - Live at the 02 Islington, London 14/09/14

Quanto mi piacciono gli Edguy.
Mi piace la loro musica (beh, non proprio tutta tutta...), la loro positività, la loro attitudine, la loro ironia e il loro non prendersi troppo sul serio. Vi pare poco, di questi tempi? (Il "di questi tempi" era assolutamente gratuito.)

Li avevo già visti due anni orsono sempre nel medesimo posto, la bella, ma non grandissima, 02 di Islington. Arena che dall'esterno della strada è praticamente invisibile, offuscata da quello che è una sorta di Shopping center, per trovarla devi entrare nella stradina che porta al cinema. Ma a voi che vi importa di saperlo? Eh, non si può sapere mai nella vita... Magari un giorno vi ritroverete a Londra cercando questo posto e vi ricorderete delle mie parole.

14/09/14

Videorecensione: Slash Featuring Myles Kennedy & The Conspirators - World on Fire (2014)

Ho ascoltato parecchie volte il disco in anteprima e mi sbilancio facendo la videorecensione. Non ho lasciato la tracklist sotto per errore. Lunga, eh?

Tracklist:
01. World on Fire
02. Shadow Life
03. Automatic Overdrive
04. Wicked Stone
05. 30 Years to Life
06. Bent to Fly
07. Stone Blind
08. Too Far Gone
09. Beneath the Savage Sun
10. Withered Delilah
11. Battleground
12. Dirty Girl
13. Iris of the Storm
14. Avalon
15. The Dissident
16. Safari Inn
17. The Unholy

12/09/14

Recensione: Queen - Live at the Rainbow ’74


Il Rainbow Theatre, ci abito a 30 metri di distanza.
Beh, non é ovviamente piú il Rainbow Theater (che ha chiuso i battenti diverso tempo fa) bensí una specie di chiesa/biblioteca (o qualcosa di simile, non ho mai capito che diavolo fanno, li dentro.). La zona non é proprio il massimo della vita, ma c'era una cosa che mi faceva impazzire: un barbiere aperto anche di notte. Aperto anche di notte?? Ma chi va dal barbiere di notte? Esatto, era anche la mia domanda. Ci sono passato una volta verso le 2-3 del mattino ed era pieno come lo sarebbe il barbiere di un paesino il giorno di un matrimonio. "Oh, non riesco a dormire, adesso mi vado a tagliare i capelli..."

11/09/14

Recensione: U2 - Songs of innocence (2014)


Toh, riecco gli U2. Li avevamo lasciati circa 5 anni fa con il controverso No line on the Horizon, album che ho gettato nel dimenticatoio dopo pochi ascolti, nonostante qualche ottima traccia.

Non sono particolarmente affezionato a questa band, ma ho qualche loro disco e mi piacciono diverse cose sparse della loro carriera. Lanciato in anteprima (e in digitale) dalla Apple (con un sacco di polemiche allegate che non voglio affrontare), vediamo come stanno e cosa fanno 'sti vecchietti.

Sapete che vi dico? Faccio un Track by track. Non so perché, oggi mi gira cosí.

Play (non sullo stereo, ma sul computer, purtroppo):

1. The Miracle (of Joey Ramone) (4:15)
Premo play e The Miracle (of Joey Ramone) mi fa esclamare "ma che é sta porcheria?" a causa dei coretti effeminati e non troppo convincenti. Peró arrivato a fine brano cambio completamente idea, perché il tutto quadra perfettamente e ha senso.

2. Every Breaking Wave (4:12)
Even breaking wave mi smorza un po' l'entusiasmo (ritardato) della prima traccia. Qualche reminiscenza ci porta a With or without you, ma poi si va sul moderno, con una produzione che sembra lavata con Perlana. 

3. California (There is no End to Love) (4:00)
Comincia con una evidentissima citazione iniziale di Barbara Ann dei Beach Boys. La canzone ha un bel ritmo, ma perché tutte quelle tastiere?

4. Song for Someone (3:47)
Song for Someone é una ballada che colpisce al primo colpo, abbastanza canonica, ma che fará presa sulla gente anche in prospettiva live. Una perfetta fotografia degli U2 e del loro lato piú melodico.

5. Iris (Hold Me Close) (5:19)
Un classico U2. Appena parte, sono gli U2, non avrete nessuno dubbio, lo capireste anche dormendo. Sarebbe anche un mezzo autoplagio, ma lasciamo perdere. A parte il mezzo autoplagio, il brano non decolla e ha delle fastidiosissime aperture (per me) pop dance. Per adesso vince il titolo di Skip song dell'album.

6. Volcano (3:14)
Bel tiro, bel giro di basso iniziale e bel riff di chitarra datato. Probabilmente la voce potrebbe dare un maggior impatto al brano, ma sicuramente ci si puó accontentare, soprattutto dopo la canzone di prima. I falsetti di Bono non so se mi convincono al 100% ma sono comunque un marchio di fabbrica. Sono questi gli U2 che voglio ascoltare.

7. Raised By Wolves (4:06)
Ispirata ad un'autobomba esplosa a pochi passi dalla casa di Bono quando era bambino. La strofa non mi convince (per la produzione), il pre-ritornello é abbastanza odioso ma il ritornello é una delle migliori cose del disco. Anzi, forse é la cosa migliore del disco. Sembra uscito dai primi dischi della band. Poi rientrano i coretti e le tastiere... Vabbé...

8. Cedarwood Road (4:25)
OHHHHHH Un riff rock come si deve. Per il resto, non mi convince troppo. Questi synth ammorbidiscono e mi smorzano gli entusiasmi, non ci posso fare nulla. Il brano é comunque molto valido e prende il titolo dalla strada dove abitava Bono da giovane.

9. Sleep Like a Baby Tonight (5:02)
Molti suoni artificiosi e atmosfere da ninna nanna (che peró quantomeno sono coerenti con il titolo). A me ste cose troppo elaborate non convincono. La melodia del ritornello mi risulta fastidiosa, ma potrebbe piacere e la chitarra che irrompe ogni tanto evita di farsi due ore di sonno. Il falsetto di Bono verso la fine é da denuncia penale. Canzone snervante.

10. This Is Where You Can Reach Me Now (5:05)
Dopo la dedica per Joey Ramone, eccone un'altra per il mai dimenticato Joe Strummer. Ritorna anche qualche chitarra (ma non quante ne vorrei io) ma le tastiere e i Synth sono sempre li in bella mostra e la canzone é un po' "spompa". Qualche buon passaggio e riferimento stilistico ai Clash, ma non so se Joe Strummer apprezzerebbe.

11. The Troubles (4:46)
Likke Li é la voce femminile, ospite del brano. Ma poteva anche starsi a casa, perché la frase che ripete fino allo sfinimento é devastante e mi fa quasi venire voglia di essere sordo. Anche qui non apprezzo molto le atmosfere pop e i suoni troppo morbidi, nonostante qualche buona (finta) orchestrazione. Gli U2 sono un gruppo rock, giusto?
Cambio la skip track, é sicuramente questa, per quanto mi riguarda.

Dopo qualche ascolto di questo Songs of innocence la mia idea é che le composizioni sono di discreta fattura, ma il produttore Danger Mouse (con tutti i suoi collaboratori) ha rovinato tutto, con troppi suoni morbidi, poco rock e troppe sovraincisioni che spezzano il tiro di piú di un brano. Quest'album prodotto da uno Steve Albini sarebbe tutta un'altra musica.
Ripeto, gli U2 sono un gruppo rock, no?

Voto 59/100

Top tracks: The Miracle (of Joey Ramone), Song for Someone, Raised By Wolves
Skip tracks: The Troubles, Iris (Hold Me Close)

10/09/14

Courtney Love chitarrista virtuosa

Tale J.M. Ladd, un videomaker ingaggiato 4 anni fa per registrare delle band in un locale di New York, non fu piú ricontattato da chi di dovere e ha quindi pensato bene di pubblicare alcune tracce del materiale filmato.

Beccatevi quindi una registrazione isolata della performance di Courtney Love che, durante Celebrity skin, non azzecca un accordo neanche per sbaglio. C'é anche da dire che la chitarra sembra sia stata accordata l'ultima volta 6-7 anni prima. 
Ladd assicura che non ci sono ritocchi. Io spero di si, francamente (per lei). Buon divertimento.

08/09/14

Recensione: Baryonyx - Trias


Recensione a cura di Stick

Sonorità calde, decise, unite ad una voce pulita accompagnata da cori precisi e ben strutturati, ecco come si potrebbe definire con poche parole "Trias" l'album della band dei "Baryonyx", formazione italiana con un sound che definirei come una via di mezzo tra l'Alternative e l'Hard Rock. 

06/09/14

Recensione: Opeth - Pale communion (2014)



Recensione a cura di Red#1368 

A tre anni dall’uscita del discusso (nel bene e nel male) Heritage, album che ha rappresentato un vero spartiacque nella lunga e piena di successi carriera della band, ecco ritornare sulla scena gli Opeth. L’undicesimo album della band svedese, dal titolo Pale Communion, rimarca ancora più nettamente l’evoluzione compositiva di Mikael Akerfeldt e compagni, che proseguono la strada intrapresa col già citato Heritage, partorendo un nuovo album dall’altissimo contenuto progressive e dal poverissimo contenuto metal, etichetta, quest’ultima, che ormai sembrerebbe definitivamente appartenere al passato.

Come già accaduto con diversi altri lavori, la band di Stoccolma ha potuto contare sul prezioso contributo di Steven Wilson, leader dei Porcupine Tree, che si è occupato del mixaggio dell’album. Venendo all’album, questo è una composizione di circa un’ora suddivisa in 8 tracce: il pezzo di apertura, Eternal Rains Will Come, parte benissimo con un lungo intro carico, in cui spicca Svalberg alle tastiere; troppo lineare e scontata la linea vocale (nonostante la buona armonizzazione con i controcanti), inserita in un contesto strumentale che invece funziona alla grande e che sfocia in un bel finale dal sapore orientale, riprendendo un sound già ascoltato in Heritage. Si prosegue con il singolo che aveva anticipato l’album, Cusp of Eternity, pezzo dalle sonorità meno progressive e più cupe, caratterizzato da cori insoliti e dove le chitarre fanno da padrone con riff secchi, tanto semplici quanto efficaci: di grande spessore anche l’assolo. Con Moon Above, Sun Below si arriva alla composizione più lunga dell’intero album, con 11 minuti in cui si possono distinguere due fasi: ritmi contenuti e arpeggi ricchi di sound nostalgico, alternati a momenti più progressive ben scanditi dalla batteria, nella prima metà della canzone, dove si incontrano dunque alcune delle caratteristiche distintive dei “vecchi” Opeth; illusione subito cancellata dalla restante mezza traccia, che torna a sposarsi con la nuova idea musicale della band e che scorre via, anche un po’ noiosamente, senza lasciare veramente il segno. Elysian Woes propone una godibile atmosfera soft, che precede la particolarissima Goblin, unico pezzo strumentale dell’album, che rompe tutti gli schemi finora affrontati, infatti nonostante un intro sulla falsariga di Cusp of Eternity, la traccia si evolve continuamente, non lasciando mai punti di riferimento e intrecciando tante idee senza mai scadere nella confusione.

Il passo successivo è River, pezzo abbastanza controverso in quanto, nei suoi 7 minuti e mezzo di durata, spazia dentro mondi musicali inaspettati. Per circa mezza canzone ci si trova di fronte ad una melodia che associare al nome “Opeth” qualche anno fa, avrebbe fatto sorridere i più: roba più adatta ad essere la colonna sonora di qualche commedia a lieto fine, che ad essere inserita in un album di quelli che un tempo erano i maestri del progressive-death metal. Superato (molto traumaticamente) l’eccessiva dolcezza dei primi 3 minuti, la traccia fortunatamente imbocca una strada più progressiva e tortuosa, subendo diverse accelerate che culminano in un finale in crescendo. Il pezzo rappresenta contemporaneamente la croce e la delizia dell’album. La penultima traccia è Voice Of Treason, una lunga traccia che vive di alti e bassi e che pecca eccessivamente di prolissità a causa di linee melodiche poco efficaci che faticano ad emergere. L’album si chiude con Faith in Others, pezzo molto ispirato, con richiami ai King Crimson del lontano ’69 (l’intro della canzone profuma un po’ di Epitaph, con le dovute proporzioni) e qualche salto (nostalgico?) nel proprio passato, attraverso lunghe parti arpeggiate che generano atmosfere intime che in passato hanno fatto la fortuna di pezzi quali A Fair Judgement o di album come Damnation. Complessivamente l’undicesimo album degli Opeth è un lavoro di tutto rispetto e rappresenta un consistente passo in avanti rispetto al precedente lavoro, sicuramente più convulso nelle intenzioni e nelle idee; gli Svedesi sono sicuramente più consapevoli di ciò che fanno e Pale Communion ne è la prova, risultando un album omogeneo e godibile.

Tuttavia è un album che renderà la maggior parte dei fan soddisfatti a metà, perché è un po’ difficile digerire un secondo album di questo stampo, dopo essersi innamorati della band grazie a capolavori come Blackwater Park, Deliverance e Ghost Reveries: di fatto, nonostante le discrete idee contenute, l’album manca (così come il suo predecessore) di quella forte impronta che la band riusciva ad imprimere nei propri lavori. Non si tratta semplicemente dell’abbandono della vena death-metal della band, che in passato aveva sperimentato sonorità soft e voci totalmente in clear nel già citato Damnation con risultati eccellenti. L’impressione è piuttosto quella che la musica che propongono da ormai 3 anni sia un’innaturale forzatura compositiva, un tentativo azzardato di entrare nel mondo progressive rock che si traduce in album freddi e carenti di personalità, per quanto complessivamente piacevoli da ascoltare. E’ sicuramente coraggiosa la scelta di Akerfeldt di lasciarsi alle spalle un passato glorioso e buttarsi in una nuova avventura musicale, andando a richiamare un genere ormai poco frequentato come il progressive rock anni ’70, consci del fatto che questa scelta avrebbe fatto storcere parecchi nasi. La vena progressive è sempre esistita negli Opeth, ma era un progressive diverso, più cattivo e meno fighetto. 

C’è dunque da chiedersi se valga la pena abbandonare il proprio habitat naturale, uno stile e un genere in cui dai il 100% e ti esprimi al massimo, per avvicinarsi ad un genere in cui sei uno dei tanti, in cui non emergi, in cui i tuoi album non sono al livello dei capisaldi del genere e lo fai puntando su un target di ascoltatori acquisito proponendo musica di tutt’ altro tipo, oltre che di tutt’altro livello qualitativo. 

Voto 65/100 

Top Tracks: Eternal rains will come, Goblin 
Skip Track: Voice Of Treason

04/09/14

I dieci bassisti più ricchi del pianeta


9-8) John Paul Jones (Led Zeppelin), 60 milioni di euro & Bill Wyman - Rolling Stones, 60 milioni di euro
  
7-6) Flea (Red Hot Chili Peppers), 87 milioni di euro

&  
John Deacon (Queen), 87 milioni di euro 



5) Adam Clayton (U2), 113 milioni di euro (ah, la fortuna di trovarsi al posto giusto al momento giusto...)

4) Roger Waters (Pink Floyd), 204 milioni di euro 


3-2) Gene Simmons (Kiss), 227 milioni di euro (secondo me ne ha molti di più sotto la mattonella) 
&  
Sting (Police) 227 milioni di euro
  
1) Paul McCartney (The Beatles), 909 milioni di euro (prima posizione più scontata di un film di Moccia)


02/09/14

Altre canzoni allegre...

Dato il successone globale e totale di "Canzoni allegre", eccone ancora.
Allegria portami via! Vai Pollon...