17/03/14

Recensione: Rush - Power windows (1985)

ALBUM: Power Windows
ARTISTA: RUSH
ANNO: 1985
GENERE: Progressive synth rock
TRACCE: 8
DURATA: 44'44''
ETICHETTA: Mercury
PRODUTTORI: RUSH e Peter Collins


A cura di LORIS. 

> PERIODO

1985. Ci troviamo nel bel mezzo degli anni ottanta, decennio che musicalmente ci ha offerto grandi gruppi ed artisti, ma anche meteore o band che si sono eclissate nel giro di poco tempo, un po' a simboleggiare lo spirito di quel periodo, ricco nel bene e nel male di tante novità e cambiamenti su più piani. Periodo in cui imperversavano sempre più tastiere, sintetizzatori, keytar, sequencer, drum machine, batterie elettroniche, non solo nel Pop e nella Dance ma anche nel Rock, genere nel quale avevano avuto un ruolo fondamentale anche negli anni '70, ma negli “eighties” - in taluni casi - si ponevano perfino al di sopra delle chitarre, talvolta “riducendole” a strumenti di accompagnamento ritmico.
Fatto questo preambolo, contestualizziamo il tutto, dirottandoci nel mondo dei RUSH: anche la band canadese, sempre attenta alle tendenze e alle sonorità dei vari periodi storici che ha attraversato, si è adeguata al trend del momento, ma ovviamente senza compromessi e dettando il proprio stile e marchio di fabbrica.

> IL DISCO

Ecco che, dopo gli episodi di Signals e Grace Under Pressure, nel 1985 esce POWER WINDOWS, il quale unisce intenzioni futuristiche e avanguardiste a livello di suoni, con arrangiamenti sopraffini, melodie immediate ma lontano dall'essere scontate, proprio perché perfettamente assemblate e rese “catchy” dalle tastiere, vero cuore pulsante del disco. La vocazione progressiva e la qualità di essere sempre al passo coi tempi, senza perdere la propria personalità, sono due delle caratteristiche che emergono con più chiarezza da questo lavoro. Sì, perché il taglio Rock - pop / Aor che gli viene “affibbiato”, è permeato comunque da una certa complessità e ricercatezza melodica che di fatto lo rende uno dei migliori capitoli della band di Toronto.
Le tematiche del disco ruotano intorno al concetto di “potere” nelle sue svariate manifestazioni, quindi possiamo considerare il suddetto album come una sorta di “mini” concept, in quanto gli otto brani sono uniti, in qualche modo, da un argomento comune poi sviluppato in vari contesti.

La ricetta è sempre la medesima: Peart scrive i testi, Lee e Lifeson le musiche, costruite prevalentemente durante le loro jam session - anche ispirati dalle parole del batterista - e piano piano prende corpo quest'altro lavoro, con un nuovo produttore, Peter Collins e una ritrovata coesione di gruppo, dopo la tensione che li aveva attanagliati l'anno precedente, durante la registrazione di Grace Under Pressure.
Nella totalità dei grandi testi scritti da Neil, i quali spaziano dalla letteratura, alla fantascienza, alla scienza, alla storia, alla psicologia ecc..., quelli di Power Windows sono probabilmente da considerarsi i più brillanti mai scritti dal medesimo, tanto che alcuni degli stessi sono stati perfino studiati in alcune scuole canadesi per il loro alto profilo comunicativo.

Piccole curiosità: Power Windows è il loro primo disco prodotto su CD, inoltre un'altra novità è che i Rush migrano dallo storico “LE STUDIO” di Montreal, dove erano stati registrati gli album da Permanent waves a Grace under pressure, agli studio di “ The Manor ” in Inghilterra - patria del synth rock - gli Air Studios di Montserrat e i Sarm East di Londra. Aggiungiamoci pure un' orchestra di ben venticinque elementi, impiegata in alcuni brani, ed ecco che ci sono tutti gli ingredienti per una grande produzione discografica, frutto di un progetto ambizioso.

La copertina è molto calzante con l'”andazzo” tecnologico dell'album e raffigura un ragazzo a torso nudo in una stanza piena di monitor e apparecchi elettronici di nuova generazione (per quegli anni), seduto davanti ad una finestra semi-aperta, con in mano un telecomando, mentre fuori imperversa un temporale. Nella retro-copertina è raffigurato, invece, in primo piano con un binocolo.

> TRACK BY TRACK

BIG MONEY : Un' esplosione di suoni ed effetti, unita alle pennate della chitarra ed ai vivaci pattern della batteria elettronica, danno il “la” all'autentica “hit” del disco.
E' un tripudio di sovra-registrazioni, di suoni di ultima generazione che escono dai sintetizzatori di Lee, di suoni sintetici dei drum pads della batteria elettronica di Peart, i quali danno subito la dimensione dell'iper produzione che caratterizza questo lavoro. E siamo solo all' intro, perché dopo alcuni stacchi di batteria, ecco servita la prima strofa con il basso che inizia a viaggiare forsennatamente con un suono rotondo e pieno (in questo album Geddy utilizza il suo famoso WAL nero) cesellando un intricato filo ritmico che ci accompagnerà per tutta la durata del brano.

Big money goes around the world

Big money underground
Big money got a mighty voice
Big money make no sound
Big money pull a million strings
Big money hold the prize
Big money weave a mighty web
Big money draw the flies...”


Un' eloquente introduzione al tema del testo, tutto incentrato sull'enorme potere che ha il denaro nella nostra società, ed al relativo peso dell'alta finanza che negli anni ottanta aveva ormai permeato completamente la stessa.
Musicalmente il ritmo è incalzante, le tastiere indicano la direzione da seguire, la chitarra alterna fraseggi e powerchord, mentre basso e batteria formano una sezione ritmica micidiale. Al termine del suddetto inciso, un synth dal suono atmosferico ci conduce alla seconda strofa, caratterizzata da un cambio di tempo in cui la voce di Geddy si fa più tenue in linea con la dinamica della stessa, per poi crescere nel successivo pre-chorus. Qui Peart dà un ritmo più secco su rullante e timpano, ed anche strumentalmente il brano si asciuga molto, per poi riesplodere con alcuni effetti, verso metà strofa, mentre subito dopo si ritorna all'inciso che segue la metrica e la struttura della prima; poi ancora l'intermezzo d'atmosfera in cui questa volta Geddy cambia leggermente la linea vocale. Questa volta, però, è presente una parte interamente strumentale in cui troviamo l'assolo di chitarra di Lifeson, specialista nell'uso degli armonici e del vibrato, che si distingue per intensità e gusto, il tutto sempre impreziosito dagli effetti dei synth e da una linea di basso folgorante di Lee.
Nel finale dell'assolo la chitarra torna sul distorto, mentre la batteria alterna vari pattern fino quando una perfetta risoluzione armonica ci riporta ad un nuovo giro di strofa, che riprenda parte della seconda, ritmicamente serrata con fulminei colpi di crash di Peart.
In chiusura ecco ancora l'energico inciso che si conclude con un piccolo acuto di Geddy su “Big money got no soul” come a voler ribadire ancora una volta il messaggio già ampiamente espresso. Qui viene riproposto il giro strumentale dell' intro con una sorpresa, nel vero finale, in cui le tastiere anticipano una breve pausa poi rotta dalla chitarra di Lifeson che si accompagna al basso e alle rullate potentissime della batteria, così fino a sfumare verso la vera conclusione.
Con un curioso videoclip, in cui spicca l'utilizzo della computer grafica nelle animazioni, Big Money è andata in rotazione su MTV per un certo periodo, acquisendo popolarità e guadagnandosi il titolo di hit. VOTO: 8


GRAND DESIGNS : Uno scintillante synth apre le danze, fino all'ingresso della batteria coi suoi accenti sui piatti che danno la prima impronta ritmica al pezzo. Lee entra subito con la voce per pronunciare una frase significativa, che potremmo ricollegare alle tematiche del testo: A to B... Different degrees...

Il riverbero della voce si amalgama con la parte strumentale su un ritmo coinvolgente della batteria che detta il tempo con un pattern sviluppato su splash e rullante, mentre le tastiere tessono un tappeto in sottofondo. La chitarra non si fa attendere e mostra subito un' attitudine “reggae”, mentre nel frattempo prende corpo la prima strofa cantata:

So much style without substance

So much stuff without style
It's hard to recognize the real thing
It comes along once in a while...”


A cosa si riferisce questa considerazione poco confortante? In primo luogo alla musica “mainstream” e orientata troppo al “commerciale”, mal digerita dai Rush in quanto indice di massificazione e perciò tendente al conformismo, in linea con l'altro filo conduttore del pezzo che lo contesta attraverso l'esaltazione di un sano individualismo, appunto in chiave “anticonformista”.
Un giro di armonici di Lifeson, che si diletta anche con delle pregevolissime plettrate, fa da apripista alla strofa, al termine della quale il ritmo cresce e la voce di Lee si eleva con una pregevole attitudine interpretativa. Subito dopo l'atmosfera si placa sulla prima frase della strofa successiva, per poi tuffarci nel primo inciso del pezzo:

Against the run of the mill

Swimming against the stream
Life in two dimensions
Is a mass production scheme ”


L'arrangiamento ritorna quello di inizio brano, ma questa volta più serrato e non segmentato; il testo qui riporta frasi significative, parlando del potere come un concentrato di veleno che tende a spazzare via i princìpi, per dare spazio più alla mente che allo spirito dell'uomo.
Il successivo pre-chorus segue l'andamento del precedente ma termina con il suono di un sequencer e di vari effetti prodotti dai sintetizzatori, i quali accompagnano anche il successivo inciso, questa volta proposto in maniera leggermente alternativa, sia strumentalmente che vocalmente, a dimostrazione della varietà del brano.
Successivamente Geddy riprende le parole del primo inciso, poi arriva l' assolo di Lifeson, che si distingue per la sua brillante brevità, seppur continui anche quando Lee riprende il cantato, mentre nel frattempo assistiamo ad un cambio di tempo alla batteria, piacevolmente ammaliati dalla melodia del ritornello, così orecchiabile e sognante.
Non abbiamo accennato al basso, ma ovviamente non ce ne siamo dimenticati: in quanto la sua linea melodica è eccezionale per tutto il pezzo e proprio dopo l'assolo di chitarra, prima dell'ultimo giro di inciso, ci regala delle piccole ma squisite evoluzioni ed alcuni corposi accenti.
La chiusura è affidata alle tastiere che ripropongono il “riff” iniziale, con il sottofondo di alcuni colpi di slap del basso. Brano ben congegnato che trasmette grande energia. VOTO 7,5


MANHATTAN PROJECT : Il rumore di un' esplosione lontana e una leggera rullata “militaresca” di Peart alla batteria, ci introducono ad uno dei brani più suggestivi del lotto di Power Windows. Naturalmente stiamo parlando di Manhattan Project, un piccolo “saggio” sulla storia della bomba atomica, dalle origini del suo concepimento, fino ad “Enola Gay” ed il suo volo distruttivo su Hiroshima, prima della fine della Seconda guerra mondiale.
Il synth di Lee tratteggia un suono d'effetto e subito dopo un leggero arpeggio di chitarra di Lifeson lascia campo libero alle tastiere, le quali danno una dimensione tenue all'introduzione del brano.
Così la prima strofa ci dà l'incipit del tema che verrà affrontato: si parla di un'arma, concepita durante gli anni della 2°guerra mondiale, che avrebbe cambiato e stravolto per sempre la vita di milioni di persone, per mano di un gruppo di studiosi, tristemente consapevoli della loro mostruosa invenzione.
Così, con la chitarra che disegna alcune pennate e i synth che continuano a guidare l'andamento generale, eccoci allo stacco che ci porta alla seconda strofa, in cui Peart ci parla di J.Robert Oppenheimer, il “padre” della bomba H, il quale condusse gli studi e le ricerche sulla costruzione del primo ordigno nucleare della storia. L'arrangiamento è sempre il medesimo, fino ad una rullata energica ma controllata di Neil su uno dei timpani della sua vasta batteria, e che dà una sferzata “drammatica” al mood del brano: il pathòs aumenta e i toni diventano più sommessi ma allo stesso tempo carichi di tensione, in uno stacco strumentale in cui gli arpeggi di Lifeson vengono sostenuti dalle tastiere che pervadono l'atmosfera. Questo è il trampolino di lancio per far decollare il primo giro di inciso:

The big bang - took and shook the world

Shot down the rising sun
the end was begun - it would hit everyone
When the chain reaction was done
The big shots - try to hold it back
Fools try to wish it away

The hopeful depend on a world without end

Whatever the hopeless may say ”

L'attenzione dell'ascoltatore viene catalizzata da “big bang”, termine messo lì non a caso, per creare un “parallelismo” metaforico tra l'esplosione che sviluppò ed espanse l'universo, e quella della bomba atomica che invece lascia dietro di sé solamente morte e distruzione.
Il ritmo si fa sostenuto grazie alla linea di batteria incalzante e sincopata di Peart ed alla voce di Lee, che enfatizza le ultime frasi, prima di tornare nuovamente alla struttura della strofa, la terza, in cui il testo ci parla di un luogo situato in Messico, Los Alamos, dove è situata la sede dei “Los Alamos national laboratory”, in cui nel 1942 venne avviato il “Manhattan Project” appunto.
L'ultima strofa invece chiude il racconto, rimandandoci al bombardiere “ENOLA GAY” e al suo pilota Paul Tibbets, che cambiò il corso della storia con il bombardamento sulle due isole del Giappone, in un rovente giorno di agosto. Comincia poi uno stacco strumentale simil orchestrale grazie al contributo degli archi, con la chitarra che si produce in alcuni fraseggi per accompagnare il ritornello finale, dopo cui si ristabilisce un' atmosfera più rilassata, caratterizzata da un piccolo assolo di Lifeson e appena dopo dal suono acuto dei synth, prima che Peart chiuda il brano con le stesse rullate che lo avevano inaugurato. Una perla assoluta di questo disco, come nella migliore tradizione “rushiana” il testo si lega perfettamente alla musica, in un concentrato di raffinatissimo lirismo. VOTO 8,5


MARATHON : L'ingresso simultaneo di batteria, chitarra e synth annuncia la maestosità della quarta traccia. Un intro riconoscibile dal pattern sui timpani di Peart, dagli accordi aperti di Lifeson che lavora perfettamente con la leva del vibrato e - appunto - dai soliti synth solenni. Da qui in poi prende il centro della scena il basso di Lee con una linea incisiva e intricata, sostenuto da Neil che lavora di hi-hat, alternando un groove classico ad alcuni paradiddle sullo stesso, fino all'ingresso della voce che recita la prima strofa. La dinamica cambia sulla seconda, una sorta di pre – inciso che si ripeterà per tutto il corso del brano, ma che in questo caso si alterna alle prime due, fino al ritornello arioso e melodicamente perfetto:

From first to last

The peak is never passed
Something always fires the light
That gets in your eyes
One moment's high
And glory rolls on by
Like a streak of lightening
That flashes and fades
In the summer sky... ”


Dopo questo primo ritornello, ritroviamo la stessa struttura dell'intro, con la sola differenza che Peart ripete il pattern iniziale sui piatti invece che sui timpani. Tutto regolare fino all'intermezzo strumentale che rappresenta il piatto forte dell'intera traccia: il basso si fa nervoso con un andamento sincopato e ficcante, sostenuto da una batteria altrettanto complessa a livello di timing, dopo cui il synth fa da tappeto melodico all'assolo di Lifeson alla chitarra, che inizia con alcuni fraseggi per poi decollare attraverso bending, armonici e sempre un uso marcato del vibrato. Ad un certo punto si interrompe per lasciare spazio ad una parte cantata che fa da special, in cui l'atmosfera è soffusa grazie alle tastiere e ad una leggerissima batteria, prima che la chitarra ritorni a disegnare un riff, con alcuni accenti di crash soffocato da parte di Peart, anticipando i due giri di inciso prima della conclusione del brano. Proprio la coda è impreziosita dall'intervento dell'orchestra e da una corale di ben 25 elementi, grazie alle quali viene raggiunto un climax incredibilmente elevato e che colpisce per la sua intensità.
Il testo rappresenta un'allegoria della vita umana, descritta come una maratona, “marathon” per l'appunto, in cui Peart spiega come la vita stessa rappresenti un percorso pieno di insidie e difficoltà, tutto incentrato sul raggiungimento dei propri obiettivi; in una nota autobiografica il batterista canadese offre un ulteriore spunto di riflessione, dicendo che secondo lui la vita è troppo breve per tutto quello che gli sarebbe piaciuto poter fare, ma allo stesso tempo si rimprovera di trovare una mera giustificazione in questa considerazione, e perciò demarca l'importanza di non bruciare il tempo che si ha a disposizione e sfruttarlo al massimo per poter raggiungere gli scopi che ci si prefigge. A chiosa di ciò ci regala un prezioso proverbio cinese, ricco di significato e che ci offre un buon spunto di riflessione: “ Il viaggio lungo cento miglia, inizia con un passo ”. Uno dei picchi dell'album. VOTO 8


TERRITORIES : L'ascoltatore è accolto da un synth orientaleggiante, poco prima che la chitarra sopraggiunga con alcuni passaggi, sempre dal sapore “orientale”, i quali poi si evolvono in un fraseggio che accompagna la prima strofa cantata. Intanto Peart ha già sfoderato un tappeto ritmico eccezionale, grazie alle percussioni aggiunte al suo drumset, tra cui i bongos che non aveva mai utilizzato prima. La chitarra libera un ruggito che dà una scossa alla dinamica del brano e così arriviamo già al pre-inciso, in cui anche la batteria cresce di volume ed enfatizza il contenuto del testo:

In every place with a name

They play the same territorial game
Hiding behind the lines
Sending up warning signs...”


I temi del brano vengono già abbondantemente a galla dal principio: Peart lancia una marcata critica al nazionalismo, inteso come un atteggiamento nocivo e portatore di scontri e divisioni tra i popoli, oltreché causa di guerre e inutili spargimenti di sangue nel mondo. Il messaggio lanciato è chiaramente rivolto a chi non riesce a sentirsi veramente “cittadino” del mondo, senza barriere di natura razziale, religiosa o culturale. Strumentalmente qui il brano offre un momento “sospeso” contraddistinto da sonorità tenui e dominate dalle tastiere e le percussioni di Peart, mentre Geddy Lee pronuncia le taglienti frasi dell'inciso:
The whole wide world

An endless universe
Yet we keep looking through
The eyeglass in reverse
Don't feed the people
But we feed the machines
Can't really feel
What international means”


I tappeti di synth si protraggono fino alla strofa successiva, accompagnati da alcuni effetti, mentre Lifeson alla chitarra riproduce il riff portante già ascoltato in precedenza. Dopodiché arriva l'accelerazione, come nella seconda strofa, per lanciare il pre-inciso, denso ritmicamente e a livello di testo, con una precisa invettiva contro i “capi” responsabili dell'esasperato nazionalismo invasore, da contrastare grazie all'orgoglio della gente libera.
Altro giro di inciso, al termine del quale si sentono di nuovo le orientaleggianti note introduttive di tastiera: siamo arrivati allo special, i toni sono più misurati, la voce di Geddy alterna un cantato quasi “parlato” ad alcuni piccoli acuti per demarcare le parole del testo:

They shoot without shame

In the name of a piece of dirt
For a change of accent
Or the colour of your shirt
Better the pride that resides
In a citizen of the world
Than the pride that divides
When a colourful rag is unfurled”


Il chorus di Lifeson, che accompagna tutto lo special, muta poi in un distorto prima dell'ultimo inciso, che vede Geddy Lee cantare in un'altra tonalità rispetto ai precedenti, come a voler dare una sfumatura diversa al pezzo.
La coda è un dialogo serrato tra chitarra e tastiere, fino a quando l'atmosfera si attenua per lasciare spazio ad un piccolo assolo di basso, sempre coadiuvato brillantemente dalle incisive percussioni, e con un synth appena sussurrato che dà un effetto sfumato al finale.
Brano di punta dell'intero disco, vario, con diversi cambi di ritmo ed atmosfera, rispecchia l'anima progressiva di questa produzione. Peart brillantissimo alle pelli e nel testo, assai attuale anche e soprattutto ai tempi d'oggi. Un'autentica gemma: VOTO 8,5


MIDDLETOWN DREAMS : il viaggio continua su lidi prettamente synth/pop (di extra-lusso), in cui le tastiere sono ancora più permeanti nel dominare la scena; la traccia si apre all'improvviso con il suono della chitarra sulle piattate di Peart, mentre il suono di un sequencer si fa notare tra le pennate e i fraseggi di Lifeson, che inoltre ricama sempre brillantemente con la leva del vibrato.
Geddy Lee, vocalmente, inaugura il brano con una tonalità bassa e controllata, intanto le prime due strofe scorrono talmente veloci che siamo già immersi nell'inciso, assolutamente d'impatto, anticipato dai suoi “OHHH OHHH OHHH OHH”, più che mai ispirato nella linea vocale scelta per l'occasione:

Dreams flow across the heartland

Feeding on the fires
Dreams transport desires
Drive you when you're down -

Dreams transport the ones

Who need to get out of town”

Questa traccia segue, a livello di tematiche, il solco tracciato da “Subdivisions” in SIGNALS, questa volta però parlando di sogni e della voglia di evadere dalla monotona ed estraniante vita della realtà suburbana, purtroppo non sempre assecondata dagli eventi e dalle situazioni in cui le persone si trovano; nonostante ciò, esse riescono comunque a vivere serenamente, e senza troppi rimpianti, grazie alla forza dei loro sogni, che, seppur irrealizzati, le aiutano a sentirsi vive anche in un' apparente anonima vita di periferia.
La strofa successiva si fa nervosa, ritmicamente sincopata con degli interventi chitarristici di pregevolissimo calibro, e un Lee che sfodera un cantato incalzante e deciso, culminando con una certa enfasi la stessa. Subito dopo è il momento di un intermezzo strumentale brevissimo in cui salgono in cattedra le tastiere con un ostinato che da questo momento si protrarrà per tutta la durata della strofa successiva, la quale presenta un arrangiamento diverso dalle altre, ma soprattutto una linea di basso pazzesca e frenetica, tanto che nel vedere Geddy suonarla mentre deve anche cantare, controllare synth pedals e tastiere, si rimane di stucco!
Successivamente siamo ancora pervasi dai suoni e dal climax ascendente dell'inciso, prima che Lifeson intervenga con un solo diretto ma d'impatto; da lì in poi la dinamica diminuisce e ci troviamo immersi in uno special, su cui la voce gioca si districa prima su tonalità tenui e subito dopo più alte, culminando con un “mini” acuto, poi il tutto si ricollega nuovamente all'inciso finale.
La chiusura è appannaggio delle tastiere, tra le pennate di Lifeson e i passaggi fulminei di Peart alla batteria, sulla frase “They dream in Middletown...”.
Un brano che ricalca notevolmente, e più di tutti gli altri, lo stile synth-pop oriented del disco, tanto che quando uscì molti storsero il naso ascoltandolo. L'arioso ritornello e quelle tastiere così pompose sapevano troppo di pop dal suono “plasticoso”; in realtà, aprendo la mente e cogliendo il vero spirito del pezzo si possono comprendere le sue particolari sfumature e una certa ricercatezza nell'arrangiamento. Insomma tanta orecchiabilità ma non certo banalità. VOTO 7,5


EMOTION DETECTOR : Alcune note di synth aprono il sipario sulla penultima traccia dell'album: possiamo immaginare che anche qui le tastiere saranno il principale filo conduttore dall'inizio alla fine. Entrano in scena anche le percussioni e la chitarra con alcuni arpeggi, per poi lasciare spazio ai synth di Lee con il tema iniziale. Le prime strofe sono cadenzate, Peart accompagna delicatamente con dei piccoli accenti, Lifeson si prodiga in alcune pennate d'effetto, fino all'esplosione dell'inciso:

Right to the heart of the matter

Right to the beautiful part
Illusions are painfully shattered
Right where discovery starts
In the secret wells of emotion
Buried deep in our hearts”


Il tema del pezzo è tutto concentrato sulla forza delle emozioni umane, vero “gancio” trainante nella vita delle persone; in particolare emerge un messaggio che sprona ad essere più votati alle scelte dettate dal cuore, a lasciarsi andare e seguire proprio ciò che ci dicono le emozioni, senza quella paura di mostrarci per ciò che siamo veramente, lasciando così fluire i nostri sentimenti, nel bene e nel male.
Qui una lode particolare è giusto dedicarla alla voce di Geddy Lee, estremamente evocativa e ricca di dinamiche che impreziosiscono notevolmente il brano.

Andando avanti nelle strofe la chitarra di Lifeson emerge piano piano sempre accompagnando le spadroneggianti tastiere, con il consueto tema che poi varia nell'inciso, oltreché nello special strumentale dove spicca l'assolo al fulmicotone di chitarra che si prende una buona fetta di spazio nella fittissima rete melodica e ritmica dei sintetizzatori, mettendo ancora una volta in luce la brillantezza di Alex, essenziale ed intenso nei brevi ma significativi sprazzi solistici che si è ritagliato in questo album.
Chiusura con un altro giro di inciso ritmicamente vario, con Peart che tra pause e cambi di ritmo accompagna l'ispirato canto di Lee verso il finale sul “Feelings run high”...I sentimenti sono in agitazione.
Brano molto snobbato e talvolta relegato al ruolo di “riempitivo” o peggio additato come passo falso in un album per il resto perfetto ed equilibrato; anche qui l'invito è quello di concedergli tanti ascolti per non farsi ingannare da frettolose impressioni. VOTO 7


MYSTIC RHYTHMS : Un pattern di batteria elettronica ci accoglie nei primi secondi del brano, donando un alone di mistero all'introduzione della traccia conclusiva del disco. Il mood è particolarmente drammatico e quasi... spettrale, in linea con le tematiche del testo, che esplorano il fascino dell'ignoto e dell'inesplorato, ovvero tutte quelle manifestazioni inspiegabili che trascendono la razionalità e si avvicinano al sovrannaturale.
Indiscusso protagonista del pezzo è indubbiamente Neil Peart che sfrutta appieno il suo drumset elettronico, fatto di pad, percussioni elettroniche e suoni a primo acchito freddi, ma allo stesso tempo coinvolgenti. Tutto ruota intorno a questo “tappeto” ritmico, tecnicamente complesso e che cattura quasi ipnoticamente l'ascoltatore. Le strofe propongono un cantato nuovamente ispirato e sorprendente di Geddy Lee, padrone dei synth, che offrono suoni di assoluto impatto e altrettanto taglienti seguendo l'andamento criptico della canzone. Lifeson è autore di una performance raffinata e di assoluto valore per tutto il brano, prima con i suoi arpeggi e un chorus d'effetto, dopo con un assolo misurato, delicato e che si lega tutt'uno con quella vena “mistica” data dall'andamento ritmico della batteria e dalle tastiere.

Mystic rhythms - capture my thoughts

And carry them away
Mysteries of night
Escape the light of day
Mystic rhythms - under northern lights
Or the African Sun
Primitive things stir
The hearts of everyone”


Particolare menzione va fatta anche al videoclip, andato in rotazione, come quello di Big Money, su MTV in quegli anni, e grazie alla massiccia presenza dei sintetizzatori e delle tastiere, particolarmente in voga in quel periodo, ottenne una certa visibilità, pur non occupando particolari posizioni di mainstream, mai ricercate peraltro dai RUSH.
Traccia che rappresenta un altro picco di Power Windows, la parte di batteria di Peart è così imponente che addirittura è stata utilizzata come drum solo in alcuni concerti, il finale è molto etereo e perciò indefinito, lascia quell'aurea di mistero per l'appunto, rispettando in pieno lo spirito del brano. Magica. VOTO 8,5

In conclusione, l'invito rivolto a chi si affacci a questa produzione è quella di non farsi ingannare da un primo ascolto, soprattutto se si ha un' idea di un certo tipo sui RUSH, ovvero della band hard-prog di dischi come 2112 o Hemispheres; qui siamo nel pieno degli anni ottanta, i canadesi avevano già da tempo cambiato registro e sonorità, senza stravolgere la loro identità, certo, ma anche senza abbandonare il loro atteggiamento sperimentale e perciò sempre rivolto al futuro.
A chiosa aggiungiamoci che siamo negli anni top per quanto riguarda il livello tecnico del trio, anni di grandi concerti e dvd live del calibro di “A Show of Hands” che rappresenta un super classico irrinunciabile per i fans della band canadese e di fatto chiude in maniera epica la loro epoca anni ottanta.

LINE UP:

GEDDY LEE : Basso, tastiere, bass pedals, voce
ALEX LIFESON : Chitarra
NEIL PEART : Batteria acustica ed elettronica, percussioni

MUSICISTI AGGIUNTIVI:

ANDY RICHARDS : tastiere aggiuntive
JIM BURGESS : tastiere aggiuntive
ANNE DUDLEY : arrangiamenti e conduzione orchestra
ANDREW JACKMAN : arrangiamenti e conduzione cori
THE CHOIR : voci aggiuntive
Share: