29/04/17

Recensione: Incubus - 8 (2017)


Minimalista la copertina di questo ottavo lavoro degli Incubus (da qui il titolo altrettanto minimalista e forse pure un po' banale) che ritornano dopo ben sei anni dall'ultimo If Not Now When. Non sono mai stato un fan degli Incubus ma sono stato attirato dal singolo Nimble Bastard che aveva catturato la mia attenzione in una playlist: diamo un ascolto all'album completo, perché no? Certo, leggendo informazioni a destra e sinistra e scoprendo che la produzione é stata affidata a tale DJ Skrillex non mi ha incoraggiato a farlo ma ormai avevo deciso di ascoltarlo. Pur non essendo un fan conosco la band, la voce di Brandon Boyd mi é sempre piaciuta e sono a conoscenza del loro percorso musicale. Ascoltiamolo quindi.

La produzione di 8, seppur molto moderna, é molto meglio di quanto mi aspettassi: le chitarre, quando devono suonare "chitarre" fanno il loro dovere e non ci sono troppe contaminazioni dance. Scongiurato il primo pericolo mi sono accorto che il problema invece é caratterizzato dalle tracce in sé. Se il disco comincia benissimo con No fun e con la giá citata Nimble bastard (qui presente in un mix diverso rispetto al singolo) che mi avevano fatto sperare in un ottimo album, purtroppo l'ascolto intero non é stato troppo soddisfacente. Diverse tracce, infatti, sono a mio avviso deboli, soprattutto la parte centrale con Undefeated, Loneliest e Familiar face intervallate dalla spiritosa When I became a man dove Brandon scherza sulla prima doccia che ha fatto insieme ad una ragazza. Apprezzo i ritmi e le distorsioni di Love in a Time of Surveillance (non molto la linea vocale, che poteva essere un po' piú variegata), non male l'atmosferica strumentale Make No Sound in the Digital Fores con il suo incedere abbastanza ipnotico (ma forse un po' troppo prolissa dato che ripete la stessa melodia per 3 minuti) e sicuramente buona Throw out the map, canzone conclusiva finalmente con un piglio diverso che ricorda un po' gli Incubus del passato. Ho dimenticato di citare Glitterbomb (che mi ricorda qualcosa che non riesco a decifrare), la cui strofa é a mio avviso il punto piú alto del disco.

Insomma, un disco che si lascia ascoltare per la diversitá dei contenuti proposti, per una buona produzione e per l'immancabile ottima prova vocale di Brandon Boyd, ma sui 40 minuti complessivi del disco ne taglierei almeno una decina, cosa che non puó essere positiva. Non mi sento di giudicare male il disco, complessivamente, per i motivi citati prima. Se avete apprezzato gli Incubus della seconda parte di carriera dategli un ascolto mentre se vi aspettate quelli di inizio carriera, lasciate stare.

Voto 64/100  

Top tracks: Nimble bastard, Glitterbomb, Throw out the map
Skip tracks: Loneliest, Familiar Faces

1) No Fun
2) Nimble Bastard
3) State of the Art
4) Glitterbomb
5) Undefeated
6) Loneliest
7) When I Became A Man
8) Familiar Faces
9) Love in a Time of Surveillance
10) Make No Sound in the Digital Forest
11) Throw Out the Map
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