22/02/14

Recensione: Rush - Moving pictures (1981)

Artista: RUSH
Album: MOVING PICTURES
Anno: 1981
Genere: Prog Rock / Hard Rock
Tracce: 7
Durata: 40'07''
Etichetta: Mercury
Produttori: Rush, Terry Brown


Recensione di Loris

Di fronte a certe “pietre miliari” della musica di tutti di tempi, diventa quasi superfluo spendere delle parole che poco aggiungerebbero a quello che già dice la musica stessa, attraverso emozioni, sensazioni e sfumature che trascendono la ragione e si sintonizzano direttamente con i propri sensi e la propria anima.

Moving Pictures è il disco simbolo, insieme a 2112, della storia dei RUSH, quantomeno a livello di popolarità, anche se per molti, critici e fans, l'album in questione è da considerarsi proprio la summa, in senso assoluto, del talento e della grandezza del trio, una sorta di “opera magna” che si staglia sopra tutti gli altri capitoli della loro altrettanto importante discografia. Questione di opinioni e visioni soggettive, certo, ma al di là di ciò questo disco è oggettivamente un classico e un pilastro della musica Rock, senza tempo. Posto in coda alla seconda fase del gruppo, ha segnato dopo Permanent Waves, uscito l'anno prima, un progressivo avvicinamento alle sonorità che avrebbero preso corpo dalla terza fase (1982-1989), più dirette e più improntate alla forma canzone, rispetto alle composizioni lunghe ed articolate sul modello delle suìte degli album che vanno dal 1975 al 1978. Tutto ciò senza perdere quel tipico modo di comporre, tutto “rushiano”, all'insegna della novità e dell'estro musicale, con la solita proverbiale mentalità progressive che ha sempre contraddistinto lo stile del “Power Trio” di Toronto.

La copertina raffigura il Palazzo di Giustizia dell'Ontario, a Toronto, con le sue celebri tre arcate, davanti cui si muovono dei personaggi che trasportano dei quadri che raffigurano nell'ordine: la figura di Giovanna D'Arco, un celebre dipinto di Cassius Marcellus Coolidge in cui sono rappresentati dei cani che giocano a poker, e l'immagine della retrocopertina di 2112 con l'uomo davanti alla stella (Starman).

Cover art sempre a cura di Hugh Syme, come da tradizione di lungo corso.

“A modern day warrior mean mean stride,
today's Tom Sawyer mean mean pride...”

Questo è l'incipit del pezzo cardine del disco, destinato a diventare un inno per i fans del gruppo canadese: TOM SAWYER. Il ritratto dell'eroe moderno, con il suo spirito libero e ribelle, in cui dominano un forte individualismo, una mentalità aperta e una gran voglia di cambiare il mondo in cui vive.

Il suo testo, scritto a 4 mani da Pye Dubois, che successivamente collaborerà ancora con i RUSH, e naturalmente dal solito Neil Peart, è basato su un' opera del primo, dal titolo “Louis the lawyer”, poi rivisitata e arricchita per l'occasione. Peart, dal canto suo, si è immedesimato nei panni di questo “eroe”, aggiungendovi una forte componente personale ed in parte, potremmo dire, autobiografica, concentrandosi, tra le altre cose, sul principio secondo cui spesso le persone hanno una visione distorta di ciò che le altre persone sono realmente, perché tendono a farsi un'idea solo sulla base delle proprie percezioni e sensazioni e non sulla realtà oggettiva.

L'inconfondibile suono in apertura, creato da Geddy Lee con lo storico synth OBERHEIM OB-X, a cui seguono i 16imi di Neil Peart sull'hi-hat, ci cala nell'atmosfera del pezzo, con quel velo di suggestione ad accogliere l'ascoltatore. Lifeson non tarda ad entrare con la sua ruggente chitarra, i suoi accordi aperti tratteggiano la seconda strofa, in cui il suo riff prende piano piano il sopravvento, sempre in tandem con il tappeto tastieristico di Lee e la batteria tecnica di Peart.

Il brano gira su un tempo di 4/4, che poi cambierà in 7/8 nelle strofe, fino ai 13/16 della parte strumentale che culmina prima con l'intenso assolo di chitarra di Lifeson e subito dopo con il celebre e spettacolare stacco di batteria di Neil, riconosciuto come uno dei suoi momenti più memorabili. Dopodiché, la stessa struttura del brano si ripete con i tempi sopracitati, fino alla sua chiusura.

Il brano è ben equilibrato tra chitarra e tastiera, infatti Geddy Lee si cimenta nell'altrettanto famosissimo “ostinato” tastieristico che poi è il riff principale, suonato dopo l'inciso e riproposto anche verso il finale con una piccola variante che fa da coda al pezzo. Naturalmente anche il basso ha sempre la sua gran voce in capitolo, con una linea incisiva e che ha fatto la storia del rock. LEGGENDARIO. VOTO 9,5

Si udono degli armonici di chitarra in lontananza, che piano piano prendono il centro della scena accendendo l'inizio di una favola... motoristica.

C'era una volta una bella macchina da corsa, rossa fiammante, dalla storia gloriosa e soprattutto dal marchio italiano, che soleva sfrecciare per le strade di... ehm, forse ci siamo fatti prendere un po' troppo la mano, ma la storia che la penna di Peart ha ricamato in questa canzone non si allontana poi tanto da questi toni. Traendo ispirazione dalla novella di Richard Foster, “A nice morning drive” Neil racconta di un futuro remoto in cui le auto a benzina sono state bandite da un'organizzazione di nome “Motor Law”, a favore di veicoli alimentati da aria compressa, superleggeri, in fibra di alluminio. Il protagonista della storia, che vive in questo periodo storico, ha uno zio che conserva gelosamente nella sua proprietà in campagna, che era una fattoria prima della legge della Motor Law, un raro esemplare di Barchetta rossa che usa la domenica per fare il consueto giro settimanale. Proprio durante una di queste classiche scampagnate domenicali, la storica RED BARCHETTA si imbatte in uno di questi veicoli futuristici che sfreccia in tutta la sua velocità e leggerezza, come a voler ingaggiare una gara con il “vecchio” veicolo. Tra versanti montuosi e lungo fiumi, ha inizio una frenetica rincorsa tra le due auto, fino al momento in cui sopraggiunge una terza auto, sempre ad aria compressa, che si unisce a questa folle corsa che poi termina davanti al passaggio di un ponte, troppo stretto per i due modelli futuristici, così la Barchetta vi passa indenne e rientra piano piano verso casa.

Una storia affascinante, ricreata perfettamente dal testo di Peart e dalla musica di Lifeson e Lee. Sembra veramente di trovarsi al volante della Barchetta, con il vento tra i capelli, l'ardore motoristico nel cuore e la voglia di rivalsa in barba alle rigorose leggi imposte dalla Motor Law e che hanno appiattito ogni velleità di passione, sportività e grinta automobilistica.

Il protagonista, alla fine del racconto, ritorna a sognare quei bei tempi andati davanti al fuoco del suo caminetto, in compagnia dello zio, nel salotto di casa, in un clima quasi “fiabesco”.

Musicalmente è sicuramente uno dei brani più rappresentativi del timbro Rush: geniale, visionario e ricco di dinamiche e cambi di ritmo. Degno di nota l'assolo di Lifeson, che, con l'aiuto del pedale wah wah, tende a ricreare lo scenario movimentato della storia, in maniera perfetta. Altrettanto vario e fantasioso il lavoro batteristico di Peart che svetta grazie alla sua energia e al suo arrangiamento “ad hoc” per tutta la durata del pezzo.

Geddy fa il resto con una linea di basso pulsante e rotonda, dal suono secco e che macina note come un pistone - rimanendo in tema di motori - e nel finale si cimenta anche in un piccolo ma rilevante “solo” di basso che lascia sfumare la canzone, prima di un ultimo fraseggio di chitarra che ci riporta al tema iniziale. CAPOLAVORO. VOTO 9,5

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A vederli così, potrebbero sembrare una serie di “segni” messi così a caso, ma in realtà è semplice e puro linguaggio Morse. Per conoscere il suo significato, “voliamo” idealmente all'aeroporto Lester B.Pearson di Toronto, e scopriamo che dietro a questi segni si celano tre lettere: YYZ, ovvero il codice IATA che identifica proprio il suddetto aeroporto canadese da cui sono spesso iniziati e finiti i viaggi dei loro Tour mondiali.

“IT'S ALWAYS A HAPPY DAY WHEN YYZ APPEARS ON OUR LUGGAGE TAGS.”

Con questa dichiarazione Geddy e Neil hanno sempre voluto esprimere il loro amore per la loro terra natia, e la loro felicità nel rivedere il loro Paese, ogni volta, dopo lunghi periodi passati in giro per il mondo a suonare.

Tornando al brano in questione, di fatto lo strumentale più famoso della loro storia, è inevitabile riconoscere l'estrema genialità che lo contraddistingue: costruito su un tempo di 5/4, propone il codice Y-Y-Z in linguaggio morse, suonato attraverso vari e articolatissimi passaggi strumentali, di batteria, chitarra e basso.

L'apertura è riconoscibile da un suono di “campanelline” ricreato da Peart, prima di attaccare con il pattern su rullante e hi-hat, parallelo al riff di chitarra di Lifeson, tagliente e penetrante e alla linea di basso di Lee, altrettanto secca e decisa, il tutto “ammorbidito” da un synth, manovrato dallo stesso Geddy con un pedale, e che dà quell'atmosfera “sospesa” e quasi intrisa di mistero all'introduzione. Subito dopo degli accenti di batteria, seguiti da una potente rullata che accompagna una scala chitarristica, ci troviamo catapultati nella prima strofa, composta da un riff di chitarra di assoluto gusto di Alex che poi si evolve attraverso passaggi tecnicamente e ritmicamente di livello elevatissimo. In tutto questo scenario, il basso è onnipresente con una linea e degli accenti corposi, e la batteria con delle evoluzioni pirotecniche, soprattutto prima dell'assolo di chitarra, quando Peart ci regala poi un mini assolo, scorrendo sui tom e chiudendo su uno dei crash. In sottofondo si sentono degli effetti sonori, come di bicchieri di cristallo infranti (mi sono sempre immaginato un'immagine del genere) e intanto è già iniziato lo strepitoso “solo” di Lifeson che ricama sulla scala frigia dominante di Si, in uno dei momenti più alti del suo repertorio solistico. Al termine dell'assolo si fa strada una sorta di special, in cui torna protagonista il synth con un suono “distensivo” e che sembra voler descrivere, a livello immaginifico, lo stato d'animo che pervade i tre canadesi quando ogni volta al ritorno da un viaggio, rivedono davanti ai loro occhi l'aeroporto di Toronto, che per loro significa ritorno a casa.

In coda c'è ancora spazio per un piccolo solo di chitarra che viaggia sull'atmosfera delineata dalla tastiera, prima di tornare ancora una volta al riff della prima strofa, ripetuta con alcune piccole variazioni, fino alla chiusura secca e che lascia nelle orecchie quanto di più godibile e appagante si possa chiedere. Tecnica a livelli stratosferici ma allo stesso tempo misura ed equilibrio, in 4'25'' di pura poesia. ALTRO CAPOLAVORO. VOTO 10

Il silenzio che intercorre tra il finale di Yyz e il riff diretto e pulito di LIMELIGHT è da considerarsi come uno di quei momenti più ricchi di pathos, che perfino ogni rush fan non riuscirebbe a descrivere a parole, per la sua incredibile “magia”. Sì, perché ancora inebriati dalla meraviglia precedente, arriva un altro colpo da knock out per le nostre orecchie. La chitarra di Lifeson ci propone un “ricamo” che resterà marchiato a fuoco nell' enciclopedia Magna del rock, seguito a ruota da un pattern di Peart sui timpani e due colpi di crash soffocato (come si dice in gergo), ed eccoci immersi nell'energia della prima strofa in cui Geddy Lee entra diretto ed incisivo:

“ Living on a lighted stage
Approaches the unreal
For those who think and feel
In touch with some reality
Beyond the gilded cage ”

Stacco strumentale con cambio di pattern da parte di Peart alla batteria, accompagnato da un fraseggio di Lifeson alla chitarra e via con la seconda strofa che segue la struttura della prima, dopo la quale arriva l'inciso, con Lifeson che subentra con un chorus d'effetto nella prima parte, mentre nella seconda, su un cambio di dinamica, ricorre al distorto e la batteria offre una ritmica più serrata; in coda Lifeson estrae dal cilindro ancora il chorus e Peart si destreggia sui piatti.

Nuovo giro di riff chitarristico e si riparte con un'altra strofa che stavolta ci regala un piccolo acuto di Lee, mentre la canzone si mantiene regolare senza alterare la sua forma. Arriviamo, verso il finale, all'assolo di Lifeson che merita una menzione a parte, in quanto uno dei suoi più belli nonché il suo preferito da suonare dal vivo. Breve ma intenso, nonché caratterizzato da un marcato utilizzo della leva, utilizzata a meraviglia sull'ultima nota del solo che rimane perfettamente sospesa e poi viene rilegata ad un arpeggio che anticipa il finale. Di fatto rappresenta il momento più “soft” e rilassato del brano, una sorta di parentesi riflessiva, che, come dichiarato dal chitarrista di origini serbe, si sposa perfettamente con lo spirito del testo. Testo che affronta il tema dell'esposizione al successo e alla fama e la difficoltà ad accettarne l'eccessiva pressione, esercitata dal mondo circostante, dai media, dal pubblico. Scritto come sempre da Peart, anche qui è presente una nota personalistica e autobiografica in quanto il batterista canadese vuole raccontare il suo stato d'animo in seguito all'enorme successo riscosso dalla band fino a quel momento, e destinato a moltiplicarsi dopo Moving Pictures. Infatti rispetto agli altri due componenti, quest'ultimo, con il suo carattere più schivo e tranquillo, ha faticato ad accettare questo cambio radicale nella sua vita. Ricollegandoci all'assolo di Lifeson, si può dire che esso voglia proprio rappresentare in senso figurato questo stato d'animo di Neil, isolato rispetto al frastuono della popolarità piombatagli addosso.

Nel finale convulso spicca una batteria varia che viaggia su piatti e successivamente su tom e timpani, dando un'impronta ritmica esplosiva.

Curiosità del testo: la frase “All the world's indeed a stage” si rifà alla prima frase del monologo di una celebre opera di Shakespeare, “Play as you like”, ovvero “All the world's a stage”.

Un classico senza tempo, destinato ad essere ricordato e ascoltato fino alla fine dei tempi. VOTO 9

Suoni di clacson, il fischio di un vigile urbano: provi a chiudere gli occhi e ti sembra di essere lì, avvolto da una nube di smog e incolonnato in una fila interminabile di auto... D'improvviso un suono di synth entra, accompagnato da un leggero rullo a due di batteria che scandisce il tempo iniziale, seguito da alcuni armonici di chitarra. La dinamica piano piano cresce fino all'esplosione finale in cui batteria e chitarra si espandono e lanciano la particolarissima ed affascinante THE CAMERA EYE. Alcuni secondi e poi ancora una pausa in attesa dell'ingresso di alcuni effetti sonori in loop, comandati da Geddy Lee, che poi ristabiliscono un andamento serrato con un drumming energico, fino alla prima strofa che vede l'ingresso del cantato di quest'ultimo. Poche frasi e capiamo subito dove ci troviamo...ovvero nella Grande Mela, si parla di New York, dei suoi palazzi e del suo traffico cittadino, con i suoi abitanti frenetici che non si fermano mai se non al rosso del semaforo per poi ripartire come un fiume in piena sui marciapiedi della città. Alcuni cambi di ritmo, con la successiva ripresa del riff iniziale ci portano verso quella che ha tutta l'aria di essere la conclusione della prima parte del brano. In effetti è così, The Camera Eye si articola in due movimenti, la prima parte dedicata a New York e la seconda ad un'altra grande città, oltreoceano, Londra.

Inframezzato tra questi due atti troviamo uno stacco strumentale in cui Peart sfodera un pattern inebriante e a tratti ipnotico, tutto costruito sulla campana del ride, tocchi di rullante ed accenti di hi-hat, mentre la chitarra riprende alla lettera l'andamento iniziale, proprio perché la struttura è la medesima e sembra di aver fatto ripartire la canzone daccapo. Invece siamo già all'inizio del secondo movimento, accolti dalla prima strofa e ci balza subito all'orecchio “London” e dopo “Westminster” cosicché capiamo subito di aver fatto un bel viaggio transoceanico fino in UK. La struttura, come detto, è identica alla prima parte, ma ci sono alcune varianti: a cominciare dall'assolo di Lifeson, coadiuvato da una linea di basso strepitosa di Lee che si sovrappone alla chitarra producendosi anch'esso in un “solo”, poco prima della frase finale, dopo la quale siamo già arrivati al capolinea del brano con un suono “sweeppato” di tastiera, che va sfumando su un suono di campane (forse quelle del Big Ben?!).

Un pezzo enigmatico e particolare, suonato rarissime volte dal vivo ma che ha sempre riscosso grande successo tra i rush fans, seppure la sua struttura musicale non sia particolarmente varia come nello stile del gruppo e spesso tenda a ripetersi.

Con i suoi 10:56 minuti e la presenza di due movimenti, si può tranquillamente definire una mini suite. E' innegabile il fascino che emana, specialmente per questo curioso parallelismo tra due metropoli come New York e Londra, accomunate da un simile modo di vivere da parte dei suoi abitanti e caratterizzate da un dinamismo e un' aurea elettrizzante, come descrive perfettamente il testo, il tutto servito in salsa “futuristica”. VOTO 8

Le campane londinesi sfumano e ci calano in un'atmosfera tutt'altro che rassicurante: ancora una campana e un incedere di tastiere si alternano al suono di alcune registrazioni di voci, urla, brusio... Dopo aver letto il titolo del pezzo e aver acceso la fantasia, non è difficile vedere un gruppo di persone che si sposta con in mano forconi e torce infuocate, intente ad una caccia alle streghe. Eh già, perché è proprio questo il contesto su cui è costruita WITCH HUNT, penultima traccia di Moving Pictures.

Inserita nella quadrilogia FEAR, come suo terzo atto, il pezzo affronta il tema della paura di ciò che non si conosce e che per questo motivo viene condannato a priori, sulla base di un pregiudizio dettato dall'ignoranza. Un intro agghiacciante e tenebroso, reso ancora più teso dalle tastiere e dal suono di una campana, di una freddezza glaciale, viene poi spezzato dal riff di chitarra di Lifeson, seguito poi dal cantato di Lee sulla prima strofa, che delinea lo scenario dark in cui ci troviamo catapultati. Subito dopo le due strofe iniziali, una sorta di “monologo cantato” poggiato sulle percussioni di Peart e i synth comandati da Hugh Syme (collaboratore storico della band), ci racconta di un gruppo di “vigilanti” che in processione, carichi di rabbia e sete di giustizia, marciano forti delle loro idee giuste e sicuri di essere dalla parte della verità. L'ascoltatore chiude gli occhi e si immagina proprio questo manipolo di esaltati, pronto a mettere sul rogo una qualsiasi persona, identificata ai loro occhi come “strega” perché dotata di un certo intelletto o certe capacità considerate “superiori” e perciò viste come elementi pericolosi e nocivi per la massa gretta e ignorante. Dietro questa sorta di scena figurativa, Neil Peart ci vuole spiegare cosa significhi essere offuscati e condizionati da una mentalità chiusa e che non ci fa vedere la verità delle cose dietro alle persone e alle situazioni della vita. Nella parte finale una carrellata sui tom della batteria lancia le potenti e solenni tastiere che caratterizzano tutto il pezzo, su quello che possiamo definire musicalmente come “inciso” anche se la struttura della canzone è particolarissima e decisamente fuori dagli schemi classici.

Nell'ultimo giro di strofa la chitarra torna a ruggire con un riff in loop su un giro di batteria secco e molto vario per poi ricollegarsi ancora ad un altro inciso in cui ritornano le tastiere e il cantato di Lee si fa cadenzato, ma allo stesso tempo potente ed estremamente evocativo:

“ Quick to judge,
Quick to anger,
Slow to understand
Ignorance and prejudice
And fear
Walk hand in hand ”

In queste frasi finali è riassunto tutto il significato del brano in questione, ed è proprio su queste che esso si avvia alla conclusione, con le tastiere sempre sugli scudi e Peart sempre eccezionale negli accenti e negli stacchi batteristici, con un basso sempre ruvido e che qui è protagonista di alcuni interventi solistici assolutamente gustosi.

In generale la chitarra di Lifeson si limita ad un ruolo di accompagnamento (seppure in alcuni live abbia una parte in più, accennando una specie di assolo) ma estremamente calibrato ed efficace per il pezzo. Le tastiere sono invece il perno su cui è costruito tutto, ed insieme alla batteria, volutamente portata ad un volume ancora più massiccio, sottolineano ed enfatizzano la “potenza” delle liriche di Lee, il quale sfodera una prestazione degna di nota, in particolare per le sue linee vocali. Paurosamente epica. VOTO 8

La coda di Witch hunt, con quel synth folgorante, si collega all'intro dell'autentica sorpresa del disco, ovvero l'ultimo brano dell'album: dopo delle parti di sequencer, si fa strada Lifeson con un fraseggio molto vicino a sonorità reggae, in linea con lo stile proposto in questo episodio; infatti VITAL SIGNS rappresenta la testa di ponte tra la seconda e terza fase della carriera dei Rush con la sua piega sperimentale.

La chitarra ha già tessuto la prima strofa, in cui parte la voce di Geddy Lee, e subito i suoi accordi in levare ci riportano al rock dei Police e alle contaminazioni reggae/rock dei loro primi album, così come anche la batteria e le percussioni di Mr.Peart che dimostra un feeling incredibile anche quanto si tratta di miscelare generi musicali diversi tra loro. Assoluto protagonista però, è - anche e soprattutto - il basso di Lee, che si produce in una linea massiccia e dal suono martellante, rendendo il brano ritmicamente roccioso. Il volume della batteria è molto alto, specialmente per l'hi-hat, in quanto qui Neil non aveva ancora ricorso a componenti elettronici nel suo drumset (che comincerà ad utilizzare negli album successivi).

Ad un tratto entra in gioco anche la tastiera, con un suono simile ad un sibilo che fa da tappeto all' ultima frase dell' inciso: “ Everybody got to elevate from the norm... ” in loop fintanto che il brano sfuma verso la conclusione. Sperimentazione azzeccatissima che apre le danze al periodo synth-oriented dei Rush e chiude il sipario su un disco a dir poco monumentale. VOTO 7,5

In conclusione cosa si può aggiungere a ciò che è già stato detto, ma soprattutto a ciò che si può ascoltare in questo disco? Nulla, solo che i RUSH danno vita ad un grande capolavoro musicale del rock di tutti i tempi, attraverso un' invidiabile tecnica strumentale sapientemente unita ad una misura ed una capacità di scrivere canzoni di assoluto impatto e che riescono a fondersi perfettamente con i testi, facendoli “vivere” in prima persona all'ascoltatore. CAPOLAVORO.


LINE UP:
Geddy Lee: Basso, tastiere, sintetizzatori e voce
Alex Lifeson: Chitarre
Neil Peart: Batteria, percussioni

Musicisti aggiuntivi:
Hugh Syme: sintetizzatori in Witch Hunt
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