26/04/14

Recensione: Band of Skulls - Himalayan (2014)

A cura di red#1368

Dopo il più che positivo “Baby Darling Doll Face Honey” e l’ottimo “Sweet Sour”, il 2014 è l’anno che sancisce il ritorno in scena del trio alternative rock di Southampton, che propone il proprio terzo full-length “Himalayan”.

L’album, composto da 12 tracce, conferma le capacità compositive della band e la loro propensione ad un rock-blues energico, variegato e mai banale: sebbene si possano individuare richiami a sonorità e ritmiche tipiche di band di spessore quali Black Rebel Motorcycle Club, The Racounters, The Black Keys e The White Stripes, il lavoro dei Band of Skulls è ricco di idee con una forte impronta personale, a conferma anche del fatto che la band ha intrapreso un percorso evolutivo che fa ben sperare anche per i prossimi lavori.

Spostando rapidamente l’attenzione sulle tracce, l’album si apre con uno dei due singoli che ne aveva anticipato l’uscita, Asleep at the Wheel, ed è un grande inizio, infatti il riff quasi ipnotico caratterizzante la traccia permette subito di entrare nel vivo dell’album. A seguire troviamo la title track Himalayan, anch’essa degna di nota, con  Matt Hayward in versione jazzeggiante alla batteria e la bella alchimia vocale creata dal duo ai microfoni, ormai caratteristica inconfondibile della band. Sulla falsariga delle tracce precedenti troviamo il componimento più breve dell’album, Hoochie Coochie, caratterizzato da una linea vocale acuta e da cori suggestivi e seducenti. Un repentino cambio di sonorità si ha con Cold Sweat, traccia dai toni e dalle tematiche struggenti e malinconiche, e con Nightmares (secondo singolo dell’album), ballad che alterna momenti quasi pop ad atmosfere intime ed evocative.
Con Brothers and Sisters si ritorna ai riff caratteristici delle prime tre tracce, ma il pezzo risulta meno incisivo dei precedenti. I guess I know you fairly well , come la precedente, è una traccia poco convincente, nonostante un buon assolo di chitarra, semplice ma efficace. You are all that I am not è sicuramente la traccia con maggiore carica emotiva, messa in risalto dai soliti begli intrecci vocali di Emma Richardson e Russell Marsden e da una ricercata e dolce linea di chitarra di quest’ultimo. Si arriva quindi ad I Feel Like Ten Men, Nine Dead and One Dying, che suona inizialmente come una colonna sonora da film western velocizzata, prima di assumere toni più aggressivi nel ritornello. Le due tracce successive sono quelle più difficili da inquadrare: Toreador, pezzo dalle atmosfere cupe contenente un ottimo assolo di chitarra (in un album che non eccelle da questo punto di vista), ma che per il resto dice poco; Heaven's Key, traccia per lunghi tratti noiosa, in cui spicca però un energico bridge che anticipa il ritornello che chiude la canzone. Chiude l’album la delicata Get Yourself Together, simile a Nightmares nelle intenzioni.

A mio modesto parere il terzo album dei BoS, sebbene non sia un capolavoro, è un lavoro più che buono, il trio si conferma una delle realtà musicali più sorprendenti e positive della scena rock e faranno sicuramente ancora parlare di sé.

Voto: 7.5/10

Top tracks: Asleep at the Wheel; Himalayan; Nightmares; You Are All That I Am Not; I Feel Like Ten Men, Nine Dead and One Dying
Skip tracks: I guess I know you fairly well; Heaven's Key

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