10/08/17

Recensione: Marty Friedman – Wall Of Sound (2017)


Marty Friedman è un chitarrista pazzesco che, tra le altre cose, ha contribuito in maniera attiva al periodo d'oro dei Megadeth (da Rust in piece in poi). Ma penso che se siete capitati su questa recensione vuol dire che lo conoscete già e non ho bisogno di spiegarvi piú nulla, vero?

Ok, Marty si ripresenta al pubblico con il suo ennesimo album solista che succede a Inferno di due anni fa. Vediamo come suona questo Wall of sound.

1) Self-Pollution
Si parte aggressivissimi con un riff quasi thrash/death e con dei tempi assurdi ma Marty decide di darci un po' di pausa dopo un minutino e mezzo e il pezzo diventa improvvisamente supermelodico. Finisce cosí? Neanche per sogno. Il pezzo diventa di nuovo virile e incazzato (ma con tempi piú "dritti") nell'ultima parte. Ottimo inizio e TOP TRACK #2


2) Sorrow and Madness (featuring Jinxx of Black Veil Brides)
Un violino? Ve lo aspettavate? E' quello di Jinxx dei Black Veil Brides (non lo conosco, onestamente). Dopo un minutino di melodia il pezzo si irrobustisce parecchio e la chitarra prende il sopravvento. Buono il tema principale ma secondo me si arriva un po' stanchi sul finale della canzone per la tanta (troppa?) carne al fuoco.

3) Streetlight
Si ritorna alla semplicitá con un riff abbastanza elementare nonostante la batteria continui a pestare con la doppia cassa come se non ci fosse un domani. Brano di piú facile ascolto rispetto ai precedenti e anche piú quadrato dal punto di vista compositivo.

4) Whiteworm
Un riff pulito e tecnicissimo introduce questa Whiteworm che al suo interno ha diversi momenti jazz e prog, non dimenticandosi peró ovviamente delle distorsioni. Bellissimo il passaggio á lá Petrucci al minuto 2 (e ripetuto al minuto 3.15). Tanta tecnica, fantasia e melodia. Ci sono anche dei piccoli omaggi a Brian May. TOP TRACK #3


5) For A Friend
Con un titolo del genere non poteva che essere un brano melodico: un piano, la band che accompagna e Marty che mette assoli a destra e a sinistra. Il pezzo é il piú breve del disco e anche il piú diretto, forse. Ci piace

6) Pussy Ghost (featuring Shiv Mehra of Deafheaven)
Una chitarra con accordatura bassa e delle atmosfere pesanti e cupe aprono questa canzone dal titolo bislacco. Il pezzo si sviluppa con un incedere a volte molto melodico (nonostante la batteria a volte pesti parecchio) che si complica un po' nella parte finale. Il riff portante peró spunta continuamente.

7) The Blackest Rose
Altro pezzo relativamente breve che si apre con un incedere quasi neomelodico (non insultatemi) fino a quando fa il suo ingresso la band. Di nuovo un sali e scendi di atmosfere nella seconda parte, per un brano abbastanza di facile ascolto (perlomeno, per i canoni del disco).

8) Something to Fight (featuring Jorgen Munkeby of Shining)
Ecco, far partire l'unico brano cantato di questo disco con un coro fastidiosissimo non so se é proprio una buona idea. A parte i cori di dubbio gusto, Jorgen Munkeby svolge un ottimo lavoro con una prova maschia e con un pezzo non facile da interpretare. La canzone non é male, ma la trovo abbastanza fuori contesto e non é troppo difficile capire il perché.

9) The Soldier
Cos'é, un violoncello? Dopo un minutino di uno strumento inaspettato Marty Friedman torna in una veste abbastanza tranquilla con una melodia che potrebbe appartenere a Steve Vai. In mezzo, oltre al piano, ci sento una percussione strana (nacchere?) mentre sul finale il pezzo cambia ancora ma non perdendo mai la melodia.

10) Miracle
Ecco un altro brano con una melodia á lá Steve Vai. Il tema portante viene anche riprodotto con una chitarra acustica nella parte centrale, per riprendere poi come aveva cominciato e per sfociare in un bellissimo solo (con un coro dietro). Quanto mi piacciono questo tipo di strumentali... Brano scorrevolissimo e gudurioso, assolutamente TOP TRACK #1

11) Last Lament
L'ultimo lamento é il brano piú lungo del disco ed é posto in chiusura. Comincia in maniera molto tranquilla per un minutino, poi una parte quasi operistica (boh) e, dopo altri elementi, anche un riff molto Megadeth. C'é anche dell'elettronica in mezzo. E un basso quasi slappato. E di nuovo Brian May e Steve Vai. Ok, c'é veramente di tutto in questo brano, che é praticamente una chiusura con tutte le atmosfere del disco. Sicuramente gudurioso e ricco ma anche un po' di difficile assimilazione.

Questo Wall of sound é decisamente musica di altissimo livello anche se c'erano pochi dubbi, conoscendo l'artista. Il difetto che riconosco al disco é quello di essere spesso un po' dispersivo: Marty é sempre un fiume di idee e ne mette a tonnellate in ogni brano mentre personalmente preferirei brani un po' piú facilmente assimilabili.

Per il resto, se volete un album strumentale da ascoltare, dategli una chance. Respect per Marty Friedman.

Voto 70/100

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