Recensione: British Lion - The Burning (2020)


Ammiro molto Steve Harris. Non solo perché é il bassista e mastermind della mia band Heavy Metal preferita di sempre (devo davvero nominarla?), ma perché ha deciso di mettersi in gioco con questo progetto British Lion.

Avete giá visto dalla bella copertina che il disco é, stavolta, a nome British Lion e non Steve Harris, segno che la band é diventata stabile, anche dopo il tour a supporto del primo disco, chiamato British Lion, appunto. Siete confusi? Lo capisco.

Detto ció, veniamo subito a quello che é il nodo della questione: il cantante Richard Taylor. L'intero universo sembra non reputarlo adatto al suo ruolo, ma a me personalmente convince, soprattutto in questa seconda uscita. Certo, a volte un po' di verve in piú non guasterebbe, ma in generale, il suo timbro, la sua tecnica e le sue linee vocali, riescono a convincermi.

Quello che mi convince di meno é la lunghezza del disco. E per lunghezza del disco stavolta non intendo il numero di pezzi, che risultano tutti gradevoli, ma la lunghezza dei brani in se. Steve ha dichiarato che con questa band sta riscoprendo il piacere di scrivere pezzi piú brevi rispetto agli Iron Maiden, peró dimentica che con i Maiden stessi, moltissimi pezzi di successo stanno sui 3 o 4 minuti, mentre in questo The burning, nonostante una struttura notevolmente piú pop, raramente si scende sotto i 5 e si arriva ai 6 minuti in ben 4 episodi. Non che i pezzi lunghi siano malvagi a prescindere, ci mancherebbe, ma quest'album secondo me beneficerebbe di un po' di agilitá in piú. Insomma, per questa volta mi stanno anche bene le 11 tracce, ma sfoltite un po' nella loro struttura.

La produzione é invece molto snella (perlomeno rispetto alle chitarre prepotenti presenti nei dischi dei Maiden) e le canzoni sono tutte piú coese rispetto al debut album. Il basso di Steve é chiaramente riconoscibile nel suo stile e, come accennavo prima, le linee vocali sono ben realizzate. Buone anche le chitarre e la batteria. Tutto sempre abbastanza tecnico ma sempre a supporto del pezzo, che é una cosa che mi piace sempre molto. Un ottimo esempio é Lighting, gran pezzo dove tutti gli strumenti suonano tecnici per tutta la durata ma senza predominare sul cantato. Belle canzoni ce ne sono tante e brutte non ce ne sono. Cito, fra le migliori, la opener City of Fallen Angels, Elysium (il ritornello é Maiden 100%), Legend (bello anche il testo) e la piú rilassata Native Son, che conclude l'album.

Sicuramente un bel passo avanti rispetto al predecessore. Bravo Steve che si é messo in gioco ripartendo da 0. Adesso aspettiamo l'album della band madre che dovrebbe essere giá registrato e in attesa di pubblicazione.

Voto 68/100
Top tracks: City of Fallen Angels, Elysium, Lightning.  

Tracklist:
1. City of Fallen Angels
2. The Burning
3. Father Lucifer
4. Elysium
5. Lightning
6. Last Chance
7. Legend
8. Spit Fire
9. Land of the Perfect People
10. Bible Black
11. Native Son

 

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