30/10/12

Live report: Bryan Adams - Live at Royal Albert hall, London 29/10/12


La location è ancora una volta la modesta (!) Royal Albert Hall, Bryan Adams si presenta (quasi) in orario su un palco senza scenografia, solamente con la sua fida chitarra acustica.
"Cacchio", mi chiedo, "come farà mai a coinvolgere la folla con una sola chitarra e senza scenografia"? Volete sapere se ce l'ha fatta? Sì, e pure alla grande.
Il Bare bones tour, come da suo racconto, è cominciato quasi per scherzo, volendo provare i suoi classici in versione acustica. L'esperimento è molto piaciuto al pubblico, e il tutto lo ha portato ad esiibirsi di fronte ad una Royal Albert Hall praticamente stipata.



Il riff di Run to you è ottimo per riscaldare la folla e la voce di Bryan Adams è come sempre divina. Come ho detto in altre circostanze, è uno dei pochissimi cantanti a cantare in versione "studio", è praticamente P-E-R-F-E-T-T-O.
Se copiate e incollate la traccia vocale di un qualsiasi live e la incollate sul disco originale, faticherete a trovare differenze, escludendo qualche Yeah, frase tra una strofa e l'altra o qualche gioco di parole per far ridere. Uno di questi ieri sera è stato Here I am (durante l'omonima canzone).. without my band.. Canzone da brividi comunque, decisamente superiore a quella che si trova su disco.

Onestamente una sola chitarra era troppo poco per due ore di spettacolo, un bravo pianista è venuto ad accompagnarlo. Lo show è stato questo: Chitarra acustica e pianoforte, nient'altro.

La setlist è stata molto varia per rendere lo show variegato e sempre interessante nonostante la band "minimale", si passava dai superclassici alle canzoni più recenti, da cover e colonne sonore.
Molto divertenti anche i brevi monologhi per introdurre le canzoni: ha raccontato di una pazza che durante un concerto ha richiesto per tutta la sua durata Do I have to say the words?, lui non l'ha accontentata, alla fine ha schiaffeggiato il marito ed è uscita dalla sala. Ha aggiunto che ha inserito in scaletta la canzone, perchè è spaventato che prima o poi possa ritornare.
La particolare Not Romeo, Not Juliet é stata scritta a 4 mani con un londinese che Bryan ha indicato nella tribuna.
A proposito di persone particolari dalle tribune, c'era un energumeno che gridava continuamente "I love you Bryan!", il cantante come risposta gli ha dedicato un bel po' di canzoni d'amore. Divertente.
Tra i pezzi "particolari", una bellissima e blueseggiante If Ya Wanna Be Bad Ya Gotta Be GoodI can't stop loving you, famosissima cover di Ray Charles, preceduta da The right place, che Bryan ha proprio scritto per lui, ma, nonostante l'abbia incontrato e abbia cantato con lui in una occasione, non gli ha mai consegnato.

Il pubblico intanto comincia a lasciare le proprie poltrone ammassandosi vicino al palco, le donne soprattutto, e 18 till I die e Please forgive me sono perfette in sede live.
Cantatissime Summer of 69 (la folla quasi copriva Bryan, tanto rumorosa), Heaven e When you're gone, che onestamente ha sofferto dell'assenza della seconda voce femmile (Mel C).

Bryan lascia momentaneamente il palco, ma ritorna dopo un paio di minuti per un'altra mezz'ora di spettacolo regalandoci una cantatissima Somebody e una poeticissima Have You Ever Really Loved a Woman? 
E' il momento degli accendini, peró quelli moderni: i telefonini. Bryan ci chiede di accenderli per formare un albero di natale per cantare Straight from the heart.
L'ultima canzone é la splendida All for love che originariamente era cantata in trio con Rod Stewart e Sting. Bryan la canta un po' a fatica, non perché demeriti, ma perché deve spesso accavallare le linee vocali dei tre. Il pubblico lo aiuta alla grande, peró.


Un concerto magnifico, Bryan in forma come sempre, location da sogno e pubblico superpartecipe. Difficile fare di piú con uno show acustico, Bryan ce l'ha fatta con la sua classe immensa. Nel caso passasse dalle vostre parti non lasciatevelo scappare.


Best songs: Here I am, (Everything I Do) I Do It for You, If Ya Wanna Be Bad Ya Gotta Be Good

Setlist:
Run to You
It's Only Love
Back to You
Here I Am
I'm Ready
This Time
Do I Have to Say the Words?
Can't Stop This Thing We Started
If Ya Wanna Be Bad Ya Gotta Be Good
Heat of the Night
When the Night Comes
Not Romeo Not Juliet
(Everything I Do) I Do It for You
Cuts Like a Knife
18 til I Die
Please Forgive Me
Summer of '69
Walk on By
Heaven
When You're Gone
The Right Place
I Can't Stop Loving You (Ray Charles)
The Only Thing That Looks Good on Me Is You
Encore:
Somebody
You've Been a Friend to Me
Have You Ever Really Loved a Woman?
I Still Miss You... A Little Bit
Straight from the Heart
All for Love

22/10/12

Live report: Down - live at the Rounhouse, London 21/10/12

Sapete quando siete in stato comatoso e l'unica cosa che volete realmente è andare a casa poltrire? In queste condizioni ho passato il pomeriggio in un (bel) cafè con i riscaldamenti sparati a mille e sono andato al concerto dei Down onestamente con poca voglia.

Arrivato in loco (poco sopra la fantastica Camden town), trovo subito la magnifica Roundhouse: una non troppo grande arena per concerti, con una bellissima e confortevole tribunetta con una visuale fantastica (vedi foto). Gli opener Orange goblin non sono male, ma neanche cosí tanto interessanti da farmi passare la sonnolenza. Seguo il tutto con i tappi nelle orecchie, complici anche i suoni veramente terribili della band.


Alle 9 e 30 entrano Phil Anselmo e soci con la loro faccia di bronzo. Noto subito che Phil é fisicamente abbastanza in forma, l'avevo visto qualche mese fa decisamente troppo ingrassato, adesso é piú o meno lo stesso di Phil di sempre. Più o meno, eh.
La prima canzone é Eyes of the south, una delle mie canzoni preferite in assoluto dei Down, tolgo immediatamente i tappi dalle orecchie e nonostante un terribile mal di collo, comincio ad agitare la testa in maniera compulsiva (e smetteró di farlo solo a fine concerto, scusate lo spoiler).
Per il resto, se avessi potuto scegliere una scaletta, avrei scelto il 90% delle canzoni che hanno scelto Anselmo e soci, praticamente quasi tutto Nola (il loro capolavoro, per quanto mi riguarda) per intero (esclusa, ahime, Rehab)!

Si continua con 2 pezzi del nuovo (trascurabile) EP e poi ci si rituffa in quello che é veramente il meglio dei Down, ovvero di nuovo Nola e le canzoni migliori prese dal secondo capitolo.

Il pubblico é quello che ogni gruppo vorrebbe, partecipe, caciarone e numeroso: perfetto. La security fá il proprio lavoro a fatica prendendo i soliti schizzati di turno che viaggiano sopra le teste degli spettatori. Un tipo mezzo nudo e tutto tatuato ha fatto il seguente percorso per tutta la durata del concerto: accompagnato fuori, si ributtava sopra le teste delle persone, arrivava a bordo palco trasportato dagli altri spettatori e veniva accompagnato nuovamente fuori, grandioso!


La band é uno schiacciasassi: Phil Anselmo introduce le canzoni borbottando sempre qualcosa di difficilmente comprensibile (almeno per me, a parte i soliti sproloqui) ma creando sicuramente un feeling col pubblico.
La band suona in maniera impeccabile e Lysergik Funeral Procession, Lifer, losing all fanno andare tutti fuori di testa, Phil canta in maniera oculata, cerca di non strafare e di "conservarsi" utilizzando molto la partecipazione del pubblico per riposarsi. Sta maturando.

Dopo la pausa, la band ritorna con una cover rilassata, Bridge of sighs che brilla per una prestazione vocale maiuscola e per un fantastico solo di Pepper Keenan. Stone the crow é accolta con un boato, Phil lascia cantare a  noi i ritornelli, e la band quasi non si sente piú, sovrastata dal canto del pubblico (si, ma io volevo sentire Phil). Grande momento.

La conclusiva Bury me in smoke é un putiferio: al termine della canzone, salgono gli Orange goblin piú altri musicisti random (forse del primo gruppo, che non ho visto) che cominciano a suonare (a caso) per 2-3 minuti. "Hey, ma che sta succedendo?" Rimango qualche minuto a bocca aperta (era il delirio, ve lo giuro), dopodiché Phil Anselmo manda tutti fuori per cantare, come di consueto, da solo e al centro del palco, le seguenti righe "..And she's buying.." (butta il microfono a terra e se ne va)..." a stairway to heaven.."


Concerto molto breve, 1 ora e mezza risicata. Sapete che vi dico? Chissenefrega, ce ne fossero di concerti cosí intensi, niente momenti morti, niente canzoni deboli. Grandi Down, grandissimo concerto, io ho il mal di collo ancora peggio di prima, ma ne è valsa la pena.

Best songs: Eyes of the South, Lysergik Funeral Procession,Lifer

Setlist:

Eyes of the South
Witchtripper
Open Coffins
Lysergik Funeral Procession
Pillars of Eternity
Lifer
Losing All
Ghosts Along the Mississippi
New Orleans Is a Dying Whore
Temptation's Wings
Swan Song
Encore: 
Bridge of sighs (Robin Thrower cover)
Hail the Leaf
Stone the Crow
Bury Me in Smoke

16/10/12

Recensione: Kiss - Monster (2012)


Parliamoci francamente: dopo un'intera vita a fare i dischi, é estremamente difficile mantenersi a certi livelli.
I Kiss provano il miracolo con un disco energico e sulla carta perfetto, ma non é tutto oro quello che luccica (mi metto pure a dire ste fesserie, andiamo bene).
Se impostato come sottofondo, "Monster" é un perfetto album Rock n' roll vecchia maniera, ma alla luce di un ascolto un po' piú approfondito il disco suona un po' "plasticoso" e purtroppo, alla fine della fiera (ancora con ste frasi fatte), i momenti che verranno ricordati di questo disco a mio parere saranno davvero pochi.
E' il caso della bellissima opener Hell or Halleluja, che ci fa saltare dalla sedia. "Oh, ma quanti anni hanno questi?" Troppo bello per essere vero, infatti una abbastanza fiacca Wall of sound ci riporta giú sulla terra, ma le successive Freak e Back to the stone age alzano di nuovo l'asticella (non é un'allusione sessuale, a meno che qualcuno non si ecciti sul serio con i Kiss...).

Da qui in poi il disco comincia una leggera parabola discendente (con un paio di picchi verso il finale, Out of this world, col riff di Christeen Sixteex, o All for the Love of Rock & Roll), anche se nessuna canzone é particolarmente sgradita nel contesto, a parte forse Long way down che trovo particolarmente noiosa, pur avendo un arrangiamento interessante.
Tutto peró suona troppo simile e senza "macchia", come diceva una vecchia pubblicitá.

Diciamo che i Paul Stanley & soci sono grandissimi mestieranti e sanno come comporre una buona canzone in 2 minuti, il problema é l'ispirazione: in questo disco non ne trovo molta, trovo molto mestiere, poco altro.
La produzione é ottima ad un primo ascolto, ma col passare del tempo la sensazione "plasticosa" (di nuovo sta parola? Giuro che non l'avevo mai utilizzata prima di oggi) si é impossessata di me. Tutto troppo perfetto, quasi senz'anima.
A proposito di produzione: ma cosa diavolo fanno alla voce di Gene Simmons? E' talmente "lavorata" che in qualche pezzo é difficilmente riconoscibile (o forse é semplicemente la sua voce ad essere cambiata, chissá). Ho sempre preferito lui a Paul Stanley, in questo disco é esattamente il contrario.

In conclusione, questo Monster é un album onesto della premiata coppia Stanley/Simmons (non mi venite a dire che gli altri contano qualcosa), lontano dall'essere un capolavoro, ma penso che tutti firmerebbero per pubblicare dischi Rn'R di questo livello a 60 anni. Rispetto. (Peró torno ad ascoltarmi Alive II)

Voto 60/100

Best song: Hell or Hallelujah
Skip song: Long way down

Tracklist:
1. Hell or Hallelujah
2. Wall of Sound
3. Freak
4. Back to the Stone Age
5. Shout Mercy
6. Long Way Down
7. Eat Your Heart Out
8. The Devil Is Me
9. Outta This World
10. All for the Love of Rock & Roll
11. Take Me Down Below
12. Last Chance

12/10/12

Live report: Radiohead - London 02 arena 08/10/2012


Recensione a cura di Fabio S.


Dopo una lunga attesa (biglietto preso a marzo) i Radiohead si sono finalmente esibiti all’O2 arena di Londra, per due sere di fila, registrando in entrambe le occasioni il tutto esaurito.
E’ il tour di The King of Limbs (2011), album che ha fatto storcere il naso a molti fan, compreso al sottoscritto. In più, dall’uscita dell’album ad oggi i Radiohead hanno lavorato su una serie di singoli, ed era lecito così aspettarsi da questo live qualcosa di freschissimo.
Arrivo poco prima dell’orario di inizio, complice un sistema ticketless anti-bagarinaggio che ha causato file lunghissime. Nell’ovazione generale entrano ad uno ad uno gli elementi del gruppo, e con mia grande sorpresa noto la presenza di due batteristi.
Pronti e via, si apre con Lotus Flower, singolo dell’album, con un Thom Yorke divertito che se la balla esattamente come nel video. Lo spettacolo scenografico è straordinario: 10 schermi sospesi in aria mostrano i particolari dei membri del gruppo e degli strumenti, disegnando sempre nuove geometrie, accompagnato da un gioco di luci dai toni molto forti. Straordinario.
Si continua con 15 Steps, bellissima opening track di In Rainbows, Bloom, una delle canzoni meno digeribili dell’ultimo album, e Kid A, in cui Thom utilizza il voice box, che io personalmente odio, e che infatti rende la canzone davvero poco piacevole.

Si abbassano le luci e Thom si siede al pianoforte, quasi di spalle al pubblico, per eseguire una delle ultime canzoni del gruppo: The Daily Mail, che parte con voce e piano in un crescendo che man mano coinvolge tutti gli altri strumenti. Molto bella.
E’ il turno di Climbing up the Walls, che in un certo modo mi tranquillizza, portandomi a pensare: “evvai, non si sono dimenticati di Ok Computer”. Me la godo fino in fondo, intuendo già che questi bei momenti di un lontano ma amatissimo passato saranno pochi e fugaci.


Il concerto procede tra alti e bassi, scelte felici ed infelici (almeno per i fan storici del gruppo). Le scelte infelici, dal mio punto di vista sono: Myxomatosis, sicuramente non la più bella di Hail to the Thief, The Gloaming e Like Spinning Plates, canzoni che non ho mai capito e mai capirò, Feral, il punto più basso dell’ultimo album, e Identikit, parte del blocco di canzoni nuove, ma che non riesce a trasmettere molto.
A risollevare l’animo ci sono: Separator, una canzone non da amore a primo ascolro, ma che poco poco riesce sicuramente a conquistarti; Nude, stupenda, una delle mie preferite di In Rainbows; These are my twisted words, un pezzo nuovo, abbastanza lungo e quasi tutto strumentale, per certi versi pinkfloydiano. Sicuramente la novità più interessante del gruppo.
I due punti di estasi sono invece Idioteque, un capolavoro per il suo genere, e soprattutto la tanto amata Karma Police. L’unica canzone dell’intero concerto in cui tutta l’arena è riuscita a lasciarsi andare e a cantare a squarciagola “I lost myself... I lost myself” insieme a Thom. Roba da pelle d’oca.
La prima parte termina qui, e io sono sicuro che durante quei pochi minuti di pausa ognuno in cuor suo sperava di poter ascoltare qualcosa di “vecchio”; sono convinto che Creep, High and Dry, Street Spirit, No Surprises stavano rimbalzando da cervello a cervello in una sorta di passaparola silenzioso. Ma ahimé, nada. Non avranno nessuna pietà di noi.

Il primo bis è composto da 5 canzoni, tra cui spiccano Weird Fishes/Arpeggi e Reckoner, piccole gemme dello straordinario In Rainbows; Morning Mr. Magpie, la mia preferita di The King of limbs; Staircase, pezzo nuovo che non riesce a lasciare il marchio, e la tristissima ma bellissima Pyramide Song.

Pausa. Resta l’ultimo bis e l’ultima speranza. Le canzoni da voler ascoltare sono tante, forse troppe, e ho la sensazione che il concerto sia volato senza mai davvero decollare.
C’è tempo per altre tre canzoni: Give Up the Ghost, l’ennesima canzone del nuovo album un pò anonima, There There, fantastica, e per concludere Everything is in the right place, durante la quale i vari membri del gruppo escono di scena, ad uno ad uno, partendo proprio da Thom.
Il palco è vuoto, le luci bassi, e in sottofondo restano alcuni effetti elettronici dell’ultimo pezzo.
La gente si guarda intorno per cercare di capire lo stato d’animo degli altri, mentre ci si incammina verso l’uscita, sicuramente con un pizzico di delusione.
La sensazione che ho avuto è che i Radiohead hanno concepito il concerto per loro stessi, e non per i fan. Hanno suonato quello che a loro piace suonare, rendendo evidente ormai la direzione elettronica presa dal gruppo, iniziata nel 2000 con Kid A e sfociata in The King of Limbs, la loro opera più complessa, quella più difficile da capire e accettare.

Ho visto troppa poca gente davvero coinvolta da questo concerto. Molti erano fermi sul posto, e in pochissimi hanno cantato, mentre Thom Yorke & Co. si divertivano da matti sul palco. Da fan storico dei Radiohead, sono deluso che il gruppo non sia andato incontro ai suoi fan proponendo una setlist più completa e variegata, includendo soprattutto i grandi classici. Tutti ne sarebbero rimasti molto più soddisfatti.
Sono felice di averli visti dal vivo, per la prima volta, anche se è stato il concerto più caro al quale sia mai andato. E’ stato comunque uno show straordinario, durato anche tanto, due ore abbondanti.
Non credo ci sarà però una prossima volta.


05/10/12

Recensione: Muse - The 2nd law


Andró (forse) controcorrente affermando che i Muse sono un gruppo da "singoli" e non da album: se molte delle piú belle tracce dello scorso decennio sono firmate proprio da Bellamy e soci, non ho mai trovato molto interessanti gli album nella loro interezza. Si, anche i primi.
Come affermato in altre occasioni, delle belle tracce non fanno per forza un bell'album.

Con The 2nd law questa mia teoria si rafforza, anche perché qui di belle tracce, onestamente, ce ne sono poche.
Trovo inoltre questo album abbastanza presuntuoso, i Muse ci vogliono fare vedere che sanno fare un po' di tutto: elettronica, rock, classica, pop, dubstep, sfornando un grosso minestrone.
Ascoltando l'album tutto di un fiato, il commento finale sará: "EH?!?"
Onnipresenti le citazioni ai Queen alle quali se ne aggiungono anche un paio agli U2 (Big Freeze), il disco é anticipato dalla canzone ufficiale delle olimpiadi, Survival, che in realtá andava molto bene per le olimpiadi, ma abbastanza fuori contesto in questo The 2nd law.

Troppa carne al fuoco, veramente troppa. Mi aveva fatto ben sperare l'apertura del disco con la ottima opener Supremacy, finita questa, troppe divagazioni, troppi riferimenti, troppa elettronica, troppo tutto.
La seconda (soporifera) traccia Madness cambia direzione all'album, Panic station é diversa dalle due precedenti, poi intro classico, "canzone delle olimpiadi" e cosí via: nessun filo conduttore tra le canzoni. Ci sarebbero anche canzoni niente male, ma con arrangiamento da sberle, é il caso di Follow me: per me i Muse sono un gruppo rock e se voglio ascoltare sta roba mi compro una compilation dance. Chiamatemi "chiuso", ma voglio ascoltare strumenti, non roba elettronica, e in questa canzone di strumenti ce ne sono pochini.
Animals si distingue per originalitá ed é uno dei pezzi piú interessanti dell'album ed Explorers sarebbe una bellissima canzone se non fosse autoplagiata (doppiamente) dalle loro Undisclosed desires ed Invincible. Save me (cantata dal bassista Wolstenholme)  é interessante per qualche sperimentazione ma risulta abbastanza noiosa nel complesso. La cosa piú bella del disco é senza dubbio il riff iniziale di Liquid state, ma la canzone non riesce a fare il salto di qualitá, complice (ancora) il cantato di Wolstenholme (che ricorda lo stile di Dave Grohl dei Foo Fighters) che, pur non sfigurando, cantante non lo é, e si sente. La title track (in due parti), ci mostra la band in versione dubstep. Il pezzo mi ricorda addirittura qualcosa degli Hawhkh (gruppo per intenditori), ma senza la loro genialitá.

Apprezzo sicuramente il coraggio di questo disco, ma il risultato generale per me é mediocre, inferiore anche al precedente Resistance.

Voto 48/100

Best track: Supremacy, Liquid state
Skip songs: troppe

Tracklist
  1. Supremacy
  2. Madness
  3. Panic Station
  4. Survival (Prelude)
  5. Survival
  6. Follow Me
  7. Animals
  8. Explorers
  9. Big Freeze
  10. Save Me (Chris Wolstenholme)
  11. Liquid State  (Chris Wolstenholme)
  12. The 2nd Law: Unsustainable
  13. The 2nd Law: Isolated System