31/03/13

Recensione: Stereophonics - Graffiti on the train (2013)

Chi calcola ancora gli Stereophonics? Non lo so, ma mi va di scrivere lo stesso una breve recensione. Ho conosciuto la band ad un festival, qualche anno fa. La band in sede live mi è piaciuta parecchia, esibizione onesta, sincera, senza troppi fronzoli. Molto più rock rispetto a quello che traspare su disco. Ho acquistato il precedente Keep calm and carry on al supermercato per una sterlina ed essendomi piaciuto abbastanza, è risultato uno dei miei album preferiti per qualità/prezzo (sfido io, a quel prezzo), quindi mi sono avvicinato a questo nuovo album: Graffiti on the train. 

30/03/13

Recensione Mark Lanegan - Blues Funeral (2012)


Recensione a cura di Eli Brant

Un solo termine per definire Blues Funeral? Intenso.

E’ il 2012 e Mark Lanegan nella sua carriera ha praticamente detto e fatto tutto.
Forse possiamo definirlo come il Dave Grohl dell’underground per la poliedricità e prolificità degli ultimi anni. Nonostante il suo incedere sornione, infatti, Lanegan è al centro dei progetti più sperimentali e curiosi del rock dell’ultimo decennio. Dopo le collaborazioni con Josh Homme nei QOTSA, Greg Dulli (The Glimmer Twins), Isobel Campbell, si è da ultimo persino cimentato con alcuni nuovi brani per il box-set dei Mad Season (di prossima uscita e che meriterà sicuramente un racconto a sé).
Tuttavia, un conto sono le collaborazioni ed un altro è un disco solista.

27/03/13

Recensione: Avantasia - The mystery of time (2013)


Diciamolo, Tobias Sammet é una garanzia.
Non che tutti i suoi "prodotti" siano eccelsi, affatto, peró diciamo che difficilmente si rimane completamente delusi dai suoi dischi, essendo in grado di affermare: "questo disco fa cagare". Questo The mystery of time, infatti, non solo non fa cagare, é pure un gran bel disco, probabilmente il miglior Avantasia dopo i primi due, inarrivabili, capitoli.A proposito, se volete la mia breve opinione su tutti gli album Avantasia cliccate qui senza timore. Se avete timore non fa nulla.

Il difetto che posso trovare a questo The mystery of time é quello della prevedibilitá: le idee del buon Tobias oramai sono quelle e non possiamo aspettarci grosse soprese dal suo sound, a parte il salto dal power metal all'hard rock "sinfonico" di diversi anni fa, avvenuto sia con gli Edguy che con gli Avantasia.
A parte quel grosso cambiamento, ormai metabolizzato, il sound scorre abbastanza liscio senza troppi sconvolgimenti, ma sempre con buona ispirazione, nonostante la pesantissima assenza di Jorn Lande tra le file degli ospiti. Alcune canzoni sono un po' troppo "stereotipate" come l'opener Spectres (che peró gode di una notevole introduzione, vera, orchestrale) e Saviour in the clockwork, buonissimo pezzo, ma dove moltissimi passaggi sono riconducibili ad altri spezzoni presi qui e li dalla folta discografia di Tobias.

Veniamo ai punti forti del disco, che in realtá sono parecchi: chi ha detto Kiske? Nessuno? Lo dico io. In questo disco é a livelli incredibili e ogni volta che apre bocca mi metto ad applaudire lo stereo (o i miei auricolari). Ascoltare per credere le veloci e pompate Where clock hand freeze e Dweller in a dream (ma che nota prende al minuto 2.20?!). Giú il cappello.
Immenso Kiske a parte, altri pezzi decisamente ispirati sono The watchmaker's dream con un notevole Joe Lynn Turner e un grandissimo Biff Byford protagonista in Black orchid, che ha sí la stessa struttura di molte altre canzoni di Tobias ma é arricchita di altri piccoli e nuovi particolari. Uno dei pezzi piú riusciti del disco, secondo me.

Veniamo allo scomodissimo singolo Sleepwalking: all'inizio abbastanza spiazzante per la sua, diciamo, musicalitá pop a lá Lost in space (ho letto un divertentissimo commento che affermava che sarebbe perfetta per una pubblicitá di cioccolattini). Sapete che vi dico? E' vero che é perfetta per una pubblicitá di cioccolattini, ma non solo mi piace, ma mi piace pure parecchio. Trovo la prova vocale di Cloudy Yang assolutamente perfetta. Non mi giudicate, per questo.

A completare il disco la veloce e potente Invoke the machine con Ronnie Atkins al microfono, What's left on me con un Eric Martin che prende cosí tanto le redini della canzone che sembra quasi di ascoltare un bel lentone dei Mr big, e la conclusiva, poco decifrabile, The great mystery: un lungo mix tra ballad, orchestrazioni, accelerazioni e quant'altro con Bob Catley sugli scudi.

Concludo menzionando anche l'ottimo packaging dell'edizione speciale: cartonato, con un folto booklet e con 2 bonus tracks: The cross of you e Death is just a feeling (cantata dal solo Tobias)

Dopo i parziali flop dei due precedenti Avantasia, pieni zeppi di riempitivi, Tobias ha fatto centro, con un disco che mantiene un buon livello per tutta la sua durata. Giú il cappello anche per lui, ormai punto di riferimento per il rock/metal moderno.

Voto 75/100

Top tracks: Black orchid, Sleepwalking, Dweller in a dream

Tracklist:
Spectres
The Watchmaker’s Dream
Black Orchid
Where Clock Hands Freeze
Sleepwalking
Savior In The Clockwork
Invoke The Machine
What’s Left Of Me
Dweller In A Dream
The Great Mystery

26/03/13

Recensione Iron Maiden - Maiden England '88 (2013)


Ed eccolo, signore e signori! UN ALTRO LIVE DEGLI IRON MAIDEN!!!! Lo stavate aspettando eh? Ammettetelo!
Eccola, l'ultima frontiera della band: pubblicare concerti nuovi non era abbastanza, la band (e soprattutto il management) si mette pure a "resuscitare" vecchi concerti. Sí, perché questo Maiden England in realtá uscì una ventina di anni fa in versione combo VHS/CD.
Eccolo pure nel 2013, siete contenti? E sapete che ha fatto il sottoscritto? Cretino com'é, lo ha pure comprato, in versione DVD per giunta, con documentari annessi (e connessi). Non infierite per favore. Oppure scrivetemi "sei un cretino" nei commenti, accetteró.

A dire il vero questo concerto merita parecchio (provo a giustificarmi un pochettino), se non altro perché non troviamo la solita scaletta degli altri 790 live. In questo Maiden England troviamo, infatti, pezzi "rari" estratti dai primi album della band. Ed eccoci allora ad ascoltare, incredibilmente, The prisoner, Still life, Infinite Dreams, Die with your boots on, Killers e Seventh son of a Seventh son, brani che troviamo in versione live solo in quest'album. Se vi sembra poco vuol dire che non conoscete abbastanza bene gli Iron Maiden. In piú 3 "inediti" che non si trovavano nella precedente edizione, ovvero Run to the Hills, Running Free e Sanctuary.

La prestazione della band é sempre su buoni standard, Bruce Dickinson un po' sguaiato ma sempre molto efficace, Steve Harris sempre il solito carro armato, Nicko sempre simpatico che (al contrario dell'esibizione di Donington di quell'anno) controlla abbastanza bene le velocitá e la premiata coppia Murray/Smith purtroppo all'ultimo tour insieme, perlomeno senza quell'inguaribile casinaro di Jenick Gers.
Il tutto é stato ripulito e rimasterizzato dall'immancabile Kevin Shirley (ma questo ha il tempo di dormire la notte? Lavora con mille band.)
Un gran bel concerto insomma, e non sto provando a giustificare il mio acquisto. O forse si.

Voto: non lo so, ma il concerto é bello.

Ah, cliccate qui per leggere la discografia semiseria dei Maiden

Tracklist:

01. Moonchild
02. The Evil That Men Do
03. The Prisoner
04. Still Life
05. Die With Your Boots On
06. Infinite Dreams
07. Killers
08. Can I Play With Madness
09. Heaven Can Wait
10. Wasted Years
11. The Clairvoyant
12. Seventh Son Of A Seventh Son
13. The Number Of The Beast
14. Hallowed Be Thy Name
15. Iron Maiden
16. Run To The Hills *
17. Running Free *
18. Sanctuary *

* inedite rispetto la precendete edizione

25/03/13

Recensione: 373° K – Spiriti bollenti



Recensione a cura di Antonio Spina

"Spiriti bollenti” è piu’ che un disco,è un messaggio che la band bolognese 373°Kelvin vuole lanciare ai suoi ascoltatori. Formatasi tra i corridoi del DAMS di Bologna, nota accademia di musica-cinema-teatro, la band propone un rock’n’roll senza mezzi termini intriso di blues, hard rock ed heavy metal, ma che è intriso di contenuti filosofici volti a spiegare il disagio che la societa’ moderna e la quotidianita’ provocano nell’essere umano che a sua volta ne risulta standardizzato e portato ad “ebollizione”. Ed è proprio la metafora della temperatura a dare il nome alla band che riesce a riversare tutto il loro stato d’animo, la loro rabbia e voglia di resistere nel primo pezzo omonimo, 373°K,una botta energica e potente che sa di palla infuocata!

A dire il vero questo disco di “palle infuocate” ne ha parecchie: seguono infatti Comunque vada e La vita è mia, pezzi dal potenziale adrenalinico parecchio elevato nei quali le chitarre distorte e i riff tanto aggressivi quanto taglienti, testimoniano che l’intento della band è arrivare non solo all’orecchio dell’ascoltatore,ma all’animo,secondo un processo di coinvolgimento emotivo attraverso il quale suscitare nella persona che ascolta quantomeno una riflessione,un pensiero.

La passione per la filosofia ed in particolare per il filosofo Nietsche, si ritrovano nel titolo della strumentale Eterno Ritorno, un pezzo pianistico che a detta della band vuole essere un “omaggio a tutti coloro che sono passati nel mondo 373”, testimoniato dal fatto che nell’ultima parte del pezzo viene ripreso l’assolo della versione demo di Lascia che sia, pezzo-ballad che ritroviamo nel disco e che segue Eterno Ritorno,con un assolo di chitarra finale che arriva a toccare le corde dell’anima.
E quando si parla di anima si parla di Blues e quindi di Comunque vada,canzone che riprende il mood del famoso pezzo dei The Doors “Roadhouse blues”, e “30” nel quale un piano sempre presente si incastra alla perfezione con il caldo overdrive della chitarra, per poi sprigionare tutta la sua estensione armonica con l’assolo finale.
“Il paradiso insieme a te” e’ un vero e proprio inno all’amore nel suo senso piu’ ampio. Anche qui le chitarre ne fanno da padrone,contornate da una linea di basso dal sound incupito molto potente e decisa.
Chiude il disco “Dentro di te”, una rock ballad nella quale spicca una strofa cantata in metrica accelerata e che ha il fine di lasciare impresse nell’ascoltatore le sensazioni che è riuscito a far sue con l’ascolto dei precedenti brani.

Un plauso va ad una band che mira a proporre un ottimo rock influenzato dalle reminiscenze del passato ma soprattutto cantato in italiano(esperimento che non riesce a molti),ma allo stesso tempo vuole mandare un messaggio all’ascoltatore e stimolare in lui una riflessione sul contenuto dei pezzi,sul significato dei testi e delle loro possibili interpretazione, in una scena musicale italiana e mondiale che proprio in contenuti deficita e non poco.

Invito i lettori a soffermarsi sulle righe sottostanti:
alla faccia di chi ci dice:
"a far solo ciò che ci piace
chissà che mondo sarà?"
Iorispondo: "resta pur tranquillo
che comunque sarà sempre meglio
di 'sto fottuto mondo qua!"373°K-

Website: http://www.373k.it/

24/03/13

Recensione: Needlework - Needlewok (2012)



Ed eccoci ai Needlework con il loro Needlewok, nome che, per detta della band, vuole essere un simpatico omaggio alle numerose occasioni in cui il nome della band è stato, per errore, storpiato in locandine live assortite (da “Need A Work” a “NerdWork”).
La band bresciana, formata da Chicco, Venni, Frenz e Stofen é in giro dal 2001 ed ha parecchie registrazioni e partecipazioni a concorsi (e vittorie) al suo attivo.

Questo Needlewok, rilasciato lo scorso anno, é un concentrato di rock old style: i riff tipicamente rock n' roll della bella opener Instanbul, Out of here che ci ricorda le atmosfere di Roy Orbison di Oh, Pretty woman, lo swing di Sunshine, i cori old style dei primi Queen in Couples, il Western rock (esiste 'sta definizione? Boh!) di Sally's end e tanti altri componenti di quasi tutte le song che sono riconducibili al rock di una cinquantina di anni fa.

Tutti gli strumenti e le numerose voci sono sempre ben amalgamate tra di loro, ogni musicista fa la sua bella figura nel contesto e un bel gusto di fondo fa si che il disco scorra sempre allegramente e con piacere, grazie anche ad un'ottima produzione. Questo Needlewok é un prodotto molto omogeneo, non é fatto per ascoltare qualche brano skippando gli altri, é un disco da inserire, che ne so, in una festa, per tenere sempre allegra l'atmosfera con della buona musica.

Dalla biografia arrivataci si legge "Il nostro repertorio live comprende anche energiche rivisitazioni di alcuni classici degli anni 60, 70 e 80, dal momento che il nostro fine è, se non farvi scuotere le teste, almeno battere il piede." 
Per quanto mi riguarda, missione perfettamente compiuta, durante l'ascolto ho sia battuto il piede che agitato la testa.
Bravi, ragazzi.
 

Best tracks: Instanbul, Outbreak, Sally's End


Sito: http://www.needlework.it

Tracklist:
1 - Istanbul 
2 - Wedding Guest 
3 - Out Of Here 
4 - Sunshine 
5 - Cowbell 
6 - Outbreak 
7 - The Last One 
8 - Couples 
9 - Sally’s End 
10 - Through You (Pulp 2.0) 
11 - Get Me Back 

19/03/13

Recensione: Black rebel motorcycle club - Specter at the feast (2013)


Recensione a cura di Fabio S.

Ogni volta che esce un nuovo album dei BRMC vado un po’ in ansia, perché sin dal 2001, quando rimasi folgorato da “Whatever Happened to my Rock ‘n’ Roll”, ho iniziato a seguirli senza mai abbandonarli, sviluppando una particolare affezione per questa band. (Gli ho persino perdonato il terribile esperimento strumentale di The Effects of 666, ma vabè, una litigata in 12 anni ci sta tutta). Ansia perché nonostante abbiano sviluppato un loro preciso suono, le loro influenze sono così tante che ogni volta mi chiedo in che direzione vada il loro nuovo lavoro. In sostanza è ansia di rimanere delusi, di essere traditi. Ma basta un solo ascolto per liberarsi di ogni strano pensiero e di rilassarsi, perché “Specter at the Feast” è assolutamente meraviglioso.

Le premesse c’erano tutte, perché a detta di Peter Hayes, quest’album nasce dalla loro anima più profonda, citando come principale ispirazione Spiritualized e Pink Floyd. Se si considera che la band è stata segnata dall’improvvisa morte di Michael Been, ingegnere sonoro storico della band, nonché padre di Robert Been, come non crederli.

Infatti quest’album presenta il suono caratteristico del gruppo, ma portato ad un livello superiore di maturazione, profondità e intensità, o forse riporta, perché ricorda più i primi due album che gli ultimi. Si inizia con Fire Walker, traccia lunga e melodica, con il tipico basso distorto di Robert, insomma, un marchio di fabbrica. Segue la vivace Let the Day Begin, il loro omaggio alla scomparsa di Michael Been, dato che si tratta di una cover della sua ex band, i The Call.
Con le due tracce successive, Returning e Lullaby, si entra in modalità Pink Floyd. Entrambe rappresentano al meglio il concetto di anima espresso dalla band. La prima in particolare è sicuramente la traccia più triste, malinconica e struggente dell’album, con un testo molto profondo; una canzone quasi immacolata.
E’ tempo però di mettersi la giacchetta di pelle e le converse, perché con le prossime tre tracce si entra in zona punk/rock, come ci hanno sempre abituati. Hate the Taste alterna strofe più lente a ritornelli vivaci e aggressivi. Rival esalta invece la batteria di Leah Shapiro , che presenta infatti la ritmica più originale dell’intero album. Teenage Disease è cattiva e arrabbiata, con la cresta e le borchie, è la perfetta candidata a ereditare il testimone di inno punk della band, direttamente da sua maestà Whatever Happened to my Rock ‘n’ Roll. Yeah!!
Bene, vi siete sfuriati abbastanza? Spero di sì, perché è tempo di sedersi e abbassare le luci, perché Some Kind of Ghost rappresenta l’ennesimo marchio di fabbrica del gruppo, questa volta in chiave blues/folk, lento e tranquillo. E si procede con l’inno gospel dell’album, Sometimes the Light. Avevano citato Spiritualized come fonte di ispirazione no? Bene, eccoli. Questo brano non sfigurerebbe se venisse suonato durante una messa liturgica. Ma ci avevano abituati anche a questo, quindi perché meravigliarsi.

Ci avviamo verso la fine del disco, mancano tre tracce. Funny Games è carica di effetti: basso distorto, chitarra con reverber e delay, voce con echo; preludio perfetto al suono maledettamente grunge (oh si, goduria) di Sell It. Una canzone lunga e sporca, che potrebbe tranquillamente essere inserita in una raccolta di Seattle degli anni 90’. Ci piace, e tanto!
Ma ai BRMC non piace chiudere facendo “caciara”, infatti via tutti gli effetti, si torna a suoni puliti, a tonalità melodiche e malinconiche, che sfiorano il pop. Lose Yourself è la lunga (quasi 9 min) ballad con cui si chiude alla grande questo bellissimo album.
Conclusioni? Nati nel 1998, al loro settimo album, i BRMC possono solamente dare conferme ai loro fan. Partendo da tante e diverse influenze, sono sempre capaci di sfruttarle al meglio, gestendole con grande capacità, intelligenza e maturità, per dare vita al loro suono, che ormai è inconfondibile, e realizzare una piccola gemma come questa. Ce n’é un po’ per tutti i gusti insomma: alternative, punk, blues, folk, garage, psychedelic, gospel.... tutto magistralmente amalgamato, che da vita ad un suono che sicuramente continuerà ad ispirare tantissime band, come ha sempre fatto.
Che dire, I just love Black Rebel Motorcycle Club.

Best Tracks: Returning, Teenage Disease, Sell It.

Voto: 8

1) Fire walker
2) Let the day begin
3) Returning 
4) Lullaby
5) Hate the Taste
6) Rival
7) Teenage disease
8) Some kind of ghost
9) Sometimes the light
10) Funny games
11) Sell it
12) Lose yourself

Recensione: X-ray Life - X-ray life (2012)


Recensione a cura di Antonio Spina

Come suona questo disco?Beh,direi Grunge! Anzi no...Hard rock! Mmmm...ok. SUONA, e anche bene! Dopo vari ascolti
non sono infatti ancora riuscito a decifrare bene il genere che propongono questi cinque ragazzi veneti. 
Probabilmente proprio perchè il grunge(e loro si definiscono anche un gruppo grunge) ingloba per definizione anche altri generi quali l'heavy metal,il punk rock e l'alternative rock. State tranquilli...in questo disco c'è proprio di tutto! 


Sarei curioso di conoscere lo stato d'animo del chitarrista nel momento in cui ha scritto il primo pezzo del disco Machine gun Kelly: UNA MINA!!! Il riff è un siluro,la ritmica palm mute e piena di armoniche innalza i decibel accompagnata dal piedino non proprio delicato del batterista che pesta la cassa a dovere. Sul finale il cambio di tempo con un bending "lamentoso" sul solo di chitarra(a mio avviso azzeccatissimo). 
Non si fa neanche in tempo a prender aria che parte subito il campanaccio del secondo pezzo Everyone is a star.  Punto forte la voce a tratti sussurrata e urlata,a meta' tra il miglior Scott Weiland e Layne Staley. Questo disco ha mille risorse e infatti parte Coma like a dream:amici,qui scatta il pogo! L'intro punkettone vi fara' muovere il culo per tutta la durata del pezzo e il ritornello vi entrera' in testa che è un piacere,cosi' come il successivo Hey, pezzo con una forte componente hard rock,con la voce che si distorce sul ritornello "I wanna live like a rockstarrrrrrrr". 

Andiamo avanti,skippiamo stazioni radio e troviamo Lay on you! Parlavamo di grunge...e allora diciamolo pure che questo è forse il pezzo piu' "nirvanesco" del disco. 
Il riff cadenzato di chitarra e la voce si rincorrono e si inseguono a vicenda esplondendo nel cambio di tempo improvviso sul finale in puro "Black Sabbath style".
A questo punto alcuni (non di certo io) direbbero "Dopo questa scarica di adrenalina ci starebbe un bel pezzo acustico!". Ebbene si, gli X Ray ci accontentano con la bellissima Sad. Bella la chitarra arpeggiata che accompagna la voce struggente a sua volta contornata dagli ottimi cori. Ora basta pero'. E' giunta l'ora di tornare alle origini!!! Et voila' Devil on earth. La hit. Pezzo piu' radiofonico in assoluto del disco,molto ben strutturato. Nell'ipnotica 665 inside assistiamo ad una performance vocale davvero strepitosa,che raggiunge la sua massima intensita' sul Baaaaaaaaaaaaabeeeeeeeeeeeaaaa(scusate se ho scritto troppe a ed e ma ci stava troppo, cazzo!). Prima degli ultimi due pezzi del disco segue un'ottima cover "tamarra" del pezzo dei Creedence Clearwater Revival, Susie Q, molto ben arrangiata.  In conclusione Charlie the shephred e The last song. La prima è una canzone incazzatissima,dura,cruda,grezza, resa tale dal basso fuzzoso sparato a mille e sul finire dai due soli botta e risposta delle due chitarre. La seconda(e ultima) canzone si potrebbe definire come la "ballad" del disco: inizialmente dai toni pacati il pezzo esplode sul finale con una lunghissima parte strumentale che sfocia infine nelle ultime 8 (e dico 8) note di piano che chiudono il disco.

Che dire,questi cinque ragazzoti del nord-est italico hanno proprio fatto un ottimo lavoro. Non oserei definirlo ne un disco grunge,ne hard rock ne bla bla(anche perchè le definizioni mi stanno un po sul cazzo), ma un disco diretto che allo stesso tempo presenta numerose sfaccettature che l'ascoltatore piu' attento riuscirebbe sicuramente a cogliere...come me d'altronde!



18/03/13

Recensione: Deftones – Koi no yokan (2012)


Recensione a cura di Eli Brant

E’ dura cercare di essere obiettivi quando si è spudoratamente di parte. Allora provo solo a passarvi un concetto. Un’idea che mi è parsa chiara sin dal primo ascolto di “Koi no yokan” e che in fondo è anche il tentativo più sincero di obiettività che posso offrirvi: i Deftones sono diventati leggendari.
Quest’album segna la linea di demarcazione tra una band significativa ed un gruppo immortale.
E non sto esagerando.

Questo era chiaro, ai più, sin dalla strepitosa opera precedente (Diamond eyes) che forse, per molti versi, è anche superiore a quest’ultima fatica. E allora perché arrivare a dire che i Deftones sono tra le migliori formazioni che il panorama rock degli ultimi 20 anni possa offrire? Semplice: solo le grandissime band sono capaci di ripetersi (questo è il loro 7° album!) ad altissimi livelli mantenendo saldo e riconoscibile il proprio sound e contemporaneamente a non scadere nel banale o “già sentito”.
In sostanza, ad evolversi.
E ciò in barba ai boriosi snob per i quali è impossibile eccellere senza “innovare” o creare per forza qualcosa di “rivoluzionario”. Ma anche dritto in faccia ai puristi del genere, pronti a storcere il naso alla prima “variazione sul tema”.

Insomma, Koi no yokan è tutto questo: è un disco chiuso, completo, che acquista carattere ad ogni nuovo ascolto (e scusate se è poco); ha un messaggio a tutto tondo (e proprio per questo non sto lì snocciolarvi come questa canzone sia meglio di quest’altra - benché Tempest e Leathers siano capolavori assoluti!) che in fondo è semplicemente l’amore per la musica. E questo, v’assicuro, traspare in ogni secondo dell’album attraverso un suono (a mio parere) ormai universale, che trascende i limiti di genere. Sicuramente duro (ok sì c’è Nu-metal e allora?), ma con inconfondibili venature melodiche (quelle di Chino) ed una linea ritmica mostruosa (anche se non fresca come in Diamond Eyes). Insomma un prodotto artistico del tutto unico, che risulta godibilissimo anche ai non amanti del genere.
Un disco da sorseggiare a più riprese, per gustarlo dall’inizio (dinamitardo con Swerve city) fino alla fine con i brani più eclettici (What Happened to you?).

Qualche curiosità. E' il secondo album senza Chi Cheng (ancora in riabilitazione dopo il terribile incidente del 2008 che lo tiene legato ad un letto..tieni duro Chi!) sostituito - egregiamente - da Sergio Vega (ex Quicksand). Mentre il titolo richiama un’espressione giapponese che non trova un'esatta traduzione in italiano, ma che dovrebbe avvicinarsi all'idea di “amore a prima vista”.
In breve? E’ il mio album del 2012, sul podio assieme alla struggente bellezza di “Blues funeral” di Mark Lanegan ed alla piena maturità di “Nocturniquet” dei Mars Volta.


VOTO: 8,5

16/03/13

Recensione: Amaze knight - The Key (2012)


Oh, ma sono bravi sul serio sti ragazzi: Fabrizio, Christian, Matteo, Max e Michele, complimenti davvero.
Questi ragazzi torinesi, che formano gli Amaze knight, hanno deliziato i miei padiglioni auricolari con questo The Key, davvero un lavoro sontuoso: curato, vario, tecnico, completo, che vede la collaborazione di Roberto Maccagno come produttore e sound engineer.
Per farvi avere un'idea diciamo che sono un incrocio tra il prog rock/metal di Dream Theater/Porcupine tree piú altre sfaccettature tipiche del progressive rock anni 70. 

In genere sono solito dare una descrizione dettagliata dei brani del disco che esamino, ma in questo The key (5 tracce per circa 50 minuti di musica), c'è davvero così tanta carne al fuoco che terminerei lo spazio web a mia disposizione se dovessi descrivere tutti i brani in tutte le loro sfaccettature: inserti orchestrali, chitarre a volte cattive a volte melodiche, controtempi, passaggi di piano, base ritmica varia e tecnica, belle linee vocali e tutti gli elementi che un ottimo disco prog è capace di regalarci. 

Se proprio dovessi trovare un difetto a questo The key sarebbe quello di riportarmi troppo spesso alla mente i Dream Theater, molti passaggi infatti me li ricordano da vicino. 
Ma non mi sembra il caso di cercare il pelo nel pagliaio (Cit Fabio Noaro), questa band merita, e merita di brutto. 

Fossi in una etichetta discografica gli farei firmare il contratto in bianco. 
Se vi piace il prog dategli un ascolto, non ve ne pentirete...Let the music do the talking

Sito ufficiale

Top tracks: Imprisoned (shadows past), Liberation (a new day)

Tracklist:
1)Imprisoned (shadows past)
2)Restless soul
3)Hartless
4)Liberation (the reflection)
5)Liberation (a new day)


14/03/13

Recensione: Sound city - Real to reel (2013)


Oh, Dave Grohl non ne sbaglia una, mannaggia all'animale!
Sará che venivo dall'ascolto ripetuto dell'ultimo "lavoro" dei Bon Jovi con dei suoni fintissimi e iperprodotti, ma, non appena ho ascoltato solo metá di questo disco (in realtá sarebbe una colonna sonora dell'omonimo film) su internet, ho pensato, entuasiasta: "Lo compro!"
Detto, fatto: la confezione é davvero magnifica, packaging old stlye che ricorda molto un mini-vinile. I suoni di questo disco sono davvero micidiali:  puri, diretti, sporchi e rock. Produzione P-E-R-F-E-T-T-A, come l'ultimo dei Foo fighters d'altronde.

In realtá l'opener Heaven and hall (gran titolo!) non mi aveva fatto saltare dalla sedia, ma dalla traccia 2 in poi troviamo dei gioiellini, canzoni semplici, immediate, eseguite e prodotte con la classe dei grandi: Time slowing down in primis, poi altri pezzi veramente ottimi quali You can't fix this (con la cantante dei Fleetwood Mac), The man that never was, e l'adrenalinica Your wife is calling (avrei giurato ci fosse la voce di Lemmy, nel mezzo). From can to can't vede una ottima prestazione vocale di Corey Taylor, anche se lo staccato in mezzo alla canzone rimanda un po' troppo al break di Blackbird degli Alter bridge. A proposito di "questo mi ricorda quello", anche la successiva Centipede mi ricorda molto da vicino Razor dei Foo fighters. Lo perdoniamo perché la canzone (Centipede) é riuscita in ogni caso e il break centrale di batteria di Dave Grohl é micidiale, non serve leggere i credits dell'album per capire che l'ha suonata lui. In entrambe le canzoni si segnala la presenza di un ottimo Josh Homme, grande amico/collaboratore di Dave.

Il pezzo con Sir Paul McCartney, Cut me some slack é sicuramente il piú famoso del disco, perché ha fatto parlare di se al concerto del Madison square garden dello scorso dicembre in quanto é una sorta di reunion dei Nirvana con Paul alla voce. Gli altri musicisti sono, infatti, Novoselic e Pat Smear. La canzone é discreta e onesta, ma niente che faccia gridare al miracolo. La fine del disco vede la presenza di Dave Grohl al microfono nelle piú rilassate e meno dirette (ma non meno ispirate) If I were me e Mantra, con la presenza di Trent Reznor.
Nel caso foste confusi da tutti questi ospiti, vi lascio la tracklist con tutti i dettagli, a fondo pagina.


Disco puro, diretto, sincero. In altre parole: Rock n' roll.
Ah, ci fossero piú personaggi come Dave Grohl al giorno d'oggi...Amore al primo ascolto, non mi resta che guardare il film, adesso.

Voto 77/100

Top tracks: Time slowing down, The man that never was, Your wife is calling

Tracklist:
1) Dave Grohl, Peter Hayes, and Robert Levon Been: Heaven and All
2) Brad Wilk, Chris Goss, Dave Grohl, and Tim Commerford: Time Slowing Down
3) Dave Grohl, Rami Jaffee, Stevie Nicks, and Taylor Hawkins: You Can’t Fix This
4) Dave Grohl, Nate Mendel, Pat Smear, Rick Springfield, and Taylor Hawkins: The Man That Never Was
5) Alain Johannes, Dave Grohl, Lee Ving, Pat Smear, and Taylor Hawkins: Your Wife Is Calling
6) Corey Taylor, Dave Grohl, Rick Nielsen, and Scott Reeder :From Can to Can’t
7) Alain Johannes, Chris Goss, Dave Grohl, and Joshua Homme: Centipede
8) Alain Johannes, Chris Goss, Dave Grohl, and Joshua Homme: A Trick With No Sleeve
9)  Paul McCartney, Dave Grohl, Krist Novoselic, and Pat Smear: Cut Me Some Slack
10) Dave Grohl, Jessy Greene, Jim Keltner, and Rami Jaffee: If I were me
11) Dave Grohl, Joshua Homme, and Trent Reznor: Mantra

12/03/13

Recensione: Bon Jovi - What about now (2013)

Come sará il nuovo album dei Bon Jovi? Non scervellatevi troppo, lo sapete esattamente. "Ma come, lo sappiamo?" "Sí, vi ho detto che lo sapete".

11/03/13

Intervista: Hellettrik


Di ritorno (provvisoriamente) nella mia terra natía, non mi sono lasciato scappare l'occasione di incontrare gli Hellettrik, band che ho giá recensito qualche mese addietro (clicca qui): Clay Mignemi (voce e chitarra), Fabrizio Galletta (basso) e Dario Pierini (batteria). Interessante cercare di capire come il sud potesse accogliere la creatività di una band emergente con degli obiettivi così internazionali: si parla di blues americano, rock inglese 60-70, ma anche tante influenze moderne. 

Avete presentato il disco per la prima volta in un locale di Catania, era la prima volta live per voi davanti ad un pubblico o vi eravate già esibiti?

Dario: No, come Hellettrik era la nostra prima volta. Abbiamo fatto una sorta di "prove aperte" al Teatro Coppola di Catania qualche mese prima, ma non era niente di ufficiale, stavamo solo provando i suoni della nostra strumentazione in un contesto più formale. Da quella volta è cominciata per noi una lunga ricerca per una giusta location dove poter presentare a dovere il disco.Ma stava passando troppo tempo senza che riuscissimo a fissare alcuna data certa. Optammo quindi per la velocità prendendo l'ingaggio al Chakra Lounge. Posto che di per se ci attraeva poco e niente a dire il vero. Forse la nostra vera prima serata ancora non è avvenuta, trovare delle condizioni ottimali è molto difficile.

Perchè? Come sono andate le prime serate a supporto del nuovo disco?

Dario: Beh sicuramente c'erano molte aspettative per le prime apparizioni live, venivamo da tante prove e lunghi preparativi che ci hanno impegnato molto sia dal punto fisico che mentale. Ma nonostante tutto devo dire che sia andata piuttosto bene, niente di quello che facciamo viene dato per scontato e questo è quello che veramente importa. Stiamo ricevendo parecchi consensi e tutto sta ingranando alla grande.

 

Come ha risposto il pubblico? Si esalta in particolare per qualche canzone?

Clay: Per i primi live, si sa, il fattore pubblico è da dividere in due parti: gli amici e quello che noi chiamiamo "il pubblico tecnico", ovvero tutti i musicisti che frenquentano altri musicisti, che vanno ai concerti e che passano le ore giudicando questo piuttosto che quell'altro. L'altra categoria di pubblico è quella dei fan, che ancora non abbiamo. I motivi sono ovvi, stiamo iniziando adesso e ci conosce ancora poca gente al di fuori della nostra cerchia. Credo sia principalmente un problema culturale legato alla Catania di oggi in effetti. Raramente ho visto persone smuovere il culo per un qualcosa di totalmente sconosciuto. Non c'è curiosità nell'aria di questi tempi...è la mia impressione almeno. Comunque sia, alla sera della nostra prima, parecchie delle persone in sala avevano già acquistato il disco precedentemente e ci ha sorpreso vederli addirittura cantare delle parti di canzoni. Anche se a dire il vero nel momento in cui questo accadeva, la mia preoccupazione maggiore era non dimenticare il testo, se fossi stato io a dimenticarlo sarebbe stato paradossale! (ride)

 

 C'è qualche brano in particolare che amate suonare?

Clay: E' bello suonare tutti i nostri brani perché l'idea in se di portare su un palco quello che si è concepito in momenti ben più intimi e personali è soddisfacente per noi! Però i brani che ci diverte di più suonare sono quelli più "aperti", come Downtown e Under the Line, dove spesso inseriammo jam improntate sul momento che ci tengono coinvolti ogni volta come se fosse la prima esecuzione. E un pò così lo è.

 

Come vi collocate rispetto alla situazione musicale della vostra citta?

Dario: A Catania si vive di amicizie e raccomandazioni. Noi siamo degli sconosciuti e non rientriamo in nessuna cerchia in particolare. Persino il nostro genere musicale sa di tanto ma di niente in particolare, tanto da non poter essere collocato. L'ingaggio alla Lomax (Catania), il più prestigioso ottenuto fin'ora, è arrivato quasi per caso. Dopo la fine dello spettacolo di quella sera, avevamo appena finito di suonare Under the Line, scendemmo dal palco e fummo fermati da una rappresentante di una abbastanza nota radio catanese (di cui la band preferisce non fare il nome). Il fatto è che in passato abbiamo per tanto tempo cercato di contattare la radio in questione, senza aver ricevuto nemmeno uno straccio di risposta, ma alla Lomax magicamente siamo stati notati! Viene da chiedermi se non sia così per tutte le band che suonano alla Lomax a sto punto. "Ci sono tante realtà musicali interessanti nella nostra città", sono in molti a dirlo ma in pochi sanno realmente di cosa parlano, dato che non gli viene dato spazio più di tanto.

Clay: Esatto, in molti si fanno avanti per far suonare band emergenti di qua e di la, ma si parla nella maggior parte dei casi di tribute band. Eh si, mi fa proprio rabbrividire l'argomento. Una rassegna per band emergenti che suonano cover? Ma stiamo di fuori?? Le tribute band stanno spopolando a Catania di questi tempi, è giusto che si sappia in giro come stanno realmente le cose e che ognuno faccia le proprie considerazioni. La domanda sarebbe: Catania è musicalmente una città attiva? Si, certo, le cover spaccano di brutto! I catanesi amano così tanto la musica da non sentire il bisogno di crearne di nuova.

 

Qualche aneddoto divertente?

Fabrizio: Quando stavamo per preparare i brani da eseguire dal vivo, qualche mese prima, ci preoccupavamo già di essere troppo rumorosi per i locali e per gli standard live di Catania. Effettivamente avevamo abbozzato una scaletta abbastanza potente, stavamo addirittura valutando l'ipotesi di non suonare nei piccoli locali, avremmo avuto sicuramente problemi con i gestori, pensammo. Un pomeriggio ci venne a trovare in sala un nostro amico. Fu uno dei pochi che riuscì ad intrufolarsi in salsa per ascoltarci in anteprima e noi eravamo molto emozionati, cercammo quindi di dare il meglio di noi... Si addormentò.

 

Perché “Hellettrik”? Da dove nasce questo monicker?

Dario: E' una storpiatura della parola inglese electric, e fino a qui ci arriviamo un pò tutti. Fu Clay a portare il nome nella band. Una volta Hellettrik veniva utilizzato per degli effetti di chitarra che Clay realizzava assieme ad un certo Fabrizio Castro. Tutt'ora nel setup della band figura l' Hellettrik Surf Box, un'unità di riverbero a molla analogico ideato interamente da loro. Quando Clay propose il nome, l'idea ci piacque molto e decidemmo di adottarlo.

Fabrizio: Tra l'altro avere come nome della band una parola assolutamente inventata ha i suoi punti a suo favore, specie nella realtà odierna, dove i motori di ricerca ne fanno da padroni

 

Altra domanda di rito: quali sono le vostre influenze?

Clay: il punto più importante della band sono le nostre influenze e quanto queste emergano all'interno delle nostre composizioni. Non è un caso se in molti non riescono ad individuare un genere predominante nella band, ognuno di noi viene da un background differente. se Dario viene dalla new-wave e Fabrizio dal southern-rock, io sono sicuramente il più blues dei tre. Ma nonostante le radici guardiamo molto più avanti e verso i giorni nostri di quanto si possa credere, non siamo per niente di vedute ristrette. In fase compositiva ad esempio, non ci poniamo limiti di alcun genere.

 

I vostri album preferiti?

Clay: è difficile dirti quelli preferiti perché ce ne sono stati tanti e ce ne continueranno ad essere, ma posso dirti che dischi come: "Appetite for Destruction" dei Guns n'Roses, "Led Zeppelin IV" e "Sticky Fingers" dei Rolling Stones mi hanno sicuramente cambiato la vita da metà anni '90. Ascoltavo anche parecchia roba di Elton John, Queen e Beatles da adolescente, ma erano per lo più playlist registrate su musicassette...bei tempi! Ad oggi, attendo con ansia l'ultimo di David Bowie: "The Next Day".

Dario: "Reggatta de Blanc" dei Police non è il mio preferito in assoluto ma ha significato molto per me e per il mio modo di suonare ancora attuale.

Fabrizio: "Let there be rock" degli Ac/Dc perchè incarna pienamente la filosofia rock per come la intendo io, istintivo ed energico. "Pronunced Leh-nerd Skin-nerd" dei Lynyrd Skynyrd e "The southern harmony & musical companion" dei Black Crowes, altri due album fondamentali per la mia crescita musicale. E poi c'è "Quadrophenia" degli Who, per me la più grande opera rock mai stata scritta. 

End of choice è la mia canzone preferita del disco, ci direste di cosa parla la canzone?

Clay: credo sia facile capire di cosa parla End of Choice, semmai risulta difficile capire a chi o cosa viene fatto riferimento nella canzone. Potrebbe riferirsi a qualcosa, un periodo o, volendo essere più scontati, ad una persona. Il punto è che quasi tutte le canzoni scritte finora risultano piuttosto aperte ad interpretazioni varie. Una cosa posso dirtela con sincerità però, è una delle poche canzoni ad aver cambiato di significato nel tempo, per me. La sento paradossalmente più vicina adesso di quando la scrissi due anni fa. Non l'avrei mai immaginato.

Qual è il vostro processo creativo? Come nascono le canzoni?

Dario: Le nostre canzoni nascono spesso da un riff portante che tramite improvvisazioni varie viene pian piano arricchito. In genere i testi e le melodie nascono in un secondo momento, vengono per lo più ispirati dal sound stesso del brano.

Fabrizio: Nel caso di "Flight of Colt" ad esempio, il giro armonico del brano ci comunicava un senso di leggerezza, libertà, rivalsa.. Mi ricordai di un vecchio articolo letto su un giornale di cronaca, riguardo un certo Colt. Quella di Colt è una storia vera, era un ragazzino con il sogno di volare, che sfidò le proprie sorti, da solo contro la security dell'esercito degli Stati Uniti d'America. Scrissi il testo, Clay lo adattò al brano e tutto andò alla grande!

Cosa state facendo attualmente? Passate i giorni a godervi i frutti del nuovo disco o siete dediti al lavoro?

Fabrizio: Non ci fermiamo mai! Abbiamo fatto un enorme lavoro fin'ora, autorprodursi un album è stato ancora più complicato di quanto pensassimo e la promozione che stiamo vivendo in questo periodo non lo è da meno. Nonostante ciò abbiamo ancora una voglia matta di vederci in sala per scrivere roba nuova e andare avanti. Ci sentiamo molto realizzati e attivi. All'orizzonte si intravedono parecchie cose interessanti, staremo a vedere...

 Un ringraziamento alla band per l'intervista, augurandoci che qualcosa possa cambiare nella scena musicale italiana: il pubblico si sta abituando al "giá sentito" (Aka cover) ed é sempre piú difficile per una band conquistare notorietá con degli inediti. Speriamo possa essere il caso degli Hellettrik, che hanno davvero tutte le carte in regola per conquistare un posto tra i "grandi".

A seguire delle foto inedite del primo concerto in assoluto tenuto dalla band e il primo video live mai pubblicato fin'ora..si tratta di if 6 was 9 di Jimi Hendrix, suonata durante la presentazione dell'album. 

Il loro, ovviamente, non quello di Jimi Hendrix.

 





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