31/03/13

Recensione: Stereophonics - Graffiti on the train (2013)


Chi calcola ancora gli Stereophonics? Non lo so, ma mi va di scrivere lo stesso una breve recensione. Ho conosciuto la band ad un festival, qualche anno fa. La band in sede live mi è piaciuta parecchia, esibizione onesta, sincera, senza troppi fronzoli. Molto più rock rispetto a quello che traspare su disco. Ho acquistato il precedente Keep calm and carry on al supermercato per una sterlina ed essendomi piaciuto abbastanza, è risultato uno dei miei album preferiti per qualità/prezzo (sfido io, a quel prezzo), quindi mi sono avvicinato a questo nuovo album: Graffiti on the train. 

30/03/13

Recensione Mark Lanegan - Blues Funeral (2012)


Recensione a cura di Eli Brant

Un solo termine per definire Blues Funeral? Intenso.

E’ il 2012 e Mark Lanegan nella sua carriera ha praticamente detto e fatto tutto.
Forse possiamo definirlo come il Dave Grohl dell’underground per la poliedricità e prolificità degli ultimi anni. Nonostante il suo incedere sornione, infatti, Lanegan è al centro dei progetti più sperimentali e curiosi del rock dell’ultimo decennio. Dopo le collaborazioni con Josh Homme nei QOTSA, Greg Dulli (The Glimmer Twins), Isobel Campbell, si è da ultimo persino cimentato con alcuni nuovi brani per il box-set dei Mad Season (di prossima uscita e che meriterà sicuramente un racconto a sé).
Tuttavia, un conto sono le collaborazioni ed un altro è un disco solista.

27/03/13

Recensione: Avantasia - The mystery of time (2013)


Diciamolo, Tobias Sammet é una garanzia.
Non che tutti i suoi "prodotti" siano eccelsi, affatto, peró diciamo che difficilmente si rimane completamente delusi dai suoi dischi, essendo in grado di affermare: "questo disco fa cagare". Questo The mystery of time, infatti, non solo non fa cagare, é pure un gran bel disco, probabilmente il miglior Avantasia dopo i primi due, inarrivabili, capitoli.A proposito, se volete la mia breve opinione su tutti gli album Avantasia cliccate qui senza timore. Se avete timore non fa nulla.

26/03/13

Recensione Iron Maiden - Maiden England '88 (2013)


Ed eccolo, signore e signori! UN ALTRO LIVE DEGLI IRON MAIDEN!!!! Lo stavate aspettando eh? Ammettetelo! Eccola, l'ultima frontiera della band: pubblicare concerti nuovi non era abbastanza, la band (e soprattutto il management) si mette pure a "resuscitare" vecchi concerti. Sí, perché questo Maiden England in realtá uscì una ventina di anni fa in versione combo VHS/CD.
Eccolo pure nel 2013, siete contenti? E sapete che ha fatto il sottoscritto? Cretino com'é, lo ha pure comprato, in versione DVD per giunta, con documentari annessi (e connessi). Non infierite per favore. Oppure scrivetemi "sei un cretino" nei commenti, accetteró.

25/03/13

Recensione: 373° K – Spiriti bollenti



Recensione a cura di Antonio Spina

"Spiriti bollenti” è piu’ che un disco,è un messaggio che la band bolognese 373°Kelvin vuole lanciare ai suoi ascoltatori. Formatasi tra i corridoi del DAMS di Bologna, nota accademia di musica-cinema-teatro, la band propone un rock’n’roll senza mezzi termini intriso di blues, hard rock ed heavy metal, ma che è intriso di contenuti filosofici volti a spiegare il disagio che la societa’ moderna e la quotidianita’ provocano nell’essere umano che a sua volta ne risulta standardizzato e portato ad “ebollizione”. Ed è proprio la metafora della temperatura a dare il nome alla band che riesce a riversare tutto il loro stato d’animo, la loro rabbia e voglia di resistere nel primo pezzo omonimo, 373°K,una botta energica e potente che sa di palla infuocata!

24/03/13

Recensione: Needlework - Needlewok (2012)



Ed eccoci ai Needlework con il loro Needlewok, nome che, per detta della band, vuole essere un simpatico omaggio alle numerose occasioni in cui il nome della band è stato, per errore, storpiato in locandine live assortite (da “Need A Work” a “NerdWork”).
La band bresciana, formata da Chicco, Venni, Frenz e Stofen é in giro dal 2001 ed ha parecchie registrazioni e partecipazioni a concorsi (e vittorie) al suo attivo.

Questo Needlewok, rilasciato lo scorso anno, é un concentrato di rock old style: i riff tipicamente rock n' roll della bella opener Instanbul, Out of here che ci ricorda le atmosfere di Roy Orbison di Oh, Pretty woman, lo swing di Sunshine, i cori old style dei primi Queen in Couples, il Western rock (esiste 'sta definizione? Boh!) di Sally's end e tanti altri componenti di quasi tutte le song che sono riconducibili al rock di una cinquantina di anni fa.

Tutti gli strumenti e le numerose voci sono sempre ben amalgamate tra di loro, ogni musicista fa la sua bella figura nel contesto e un bel gusto di fondo fa si che il disco scorra sempre allegramente e con piacere, grazie anche ad un'ottima produzione. Questo Needlewok é un prodotto molto omogeneo, non é fatto per ascoltare qualche brano skippando gli altri, é un disco da inserire, che ne so, in una festa, per tenere sempre allegra l'atmosfera con della buona musica.

Dalla biografia arrivataci si legge "Il nostro repertorio live comprende anche energiche rivisitazioni di alcuni classici degli anni 60, 70 e 80, dal momento che il nostro fine è, se non farvi scuotere le teste, almeno battere il piede." 
Per quanto mi riguarda, missione perfettamente compiuta, durante l'ascolto ho sia battuto il piede che agitato la testa.
Bravi, ragazzi.
 

Best tracks: Instanbul, Outbreak, Sally's End


Sito: http://www.needlework.it

Tracklist:
1 - Istanbul 
2 - Wedding Guest 
3 - Out Of Here 
4 - Sunshine 
5 - Cowbell 
6 - Outbreak 
7 - The Last One 
8 - Couples 
9 - Sally’s End 
10 - Through You (Pulp 2.0) 
11 - Get Me Back 

19/03/13

Recensione: Black rebel motorcycle club - Specter at the feast (2013)


Recensione a cura di Fabio S.

Ogni volta che esce un nuovo album dei BRMC vado un po’ in ansia, perché sin dal 2001, quando rimasi folgorato da “Whatever Happened to my Rock ‘n’ Roll”, ho iniziato a seguirli senza mai abbandonarli, sviluppando una particolare affezione per questa band. (Gli ho persino perdonato il terribile esperimento strumentale di The Effects of 666, ma vabè, una litigata in 12 anni ci sta tutta). Ansia perché nonostante abbiano sviluppato un loro preciso suono, le loro influenze sono così tante che ogni volta mi chiedo in che direzione vada il loro nuovo lavoro. In sostanza è ansia di rimanere delusi, di essere traditi. Ma basta un solo ascolto per liberarsi di ogni strano pensiero e di rilassarsi, perché “Specter at the Feast” è assolutamente meraviglioso.

Le premesse c’erano tutte, perché a detta di Peter Hayes, quest’album nasce dalla loro anima più profonda, citando come principale ispirazione Spiritualized e Pink Floyd. Se si considera che la band è stata segnata dall’improvvisa morte di Michael Been, ingegnere sonoro storico della band, nonché padre di Robert Been, come non crederli.

Infatti quest’album presenta il suono caratteristico del gruppo, ma portato ad un livello superiore di maturazione, profondità e intensità, o forse riporta, perché ricorda più i primi due album che gli ultimi. Si inizia con Fire Walker, traccia lunga e melodica, con il tipico basso distorto di Robert, insomma, un marchio di fabbrica. Segue la vivace Let the Day Begin, il loro omaggio alla scomparsa di Michael Been, dato che si tratta di una cover della sua ex band, i The Call.
Con le due tracce successive, Returning e Lullaby, si entra in modalità Pink Floyd. Entrambe rappresentano al meglio il concetto di anima espresso dalla band. La prima in particolare è sicuramente la traccia più triste, malinconica e struggente dell’album, con un testo molto profondo; una canzone quasi immacolata.
E’ tempo però di mettersi la giacchetta di pelle e le converse, perché con le prossime tre tracce si entra in zona punk/rock, come ci hanno sempre abituati. Hate the Taste alterna strofe più lente a ritornelli vivaci e aggressivi. Rival esalta invece la batteria di Leah Shapiro , che presenta infatti la ritmica più originale dell’intero album. Teenage Disease è cattiva e arrabbiata, con la cresta e le borchie, è la perfetta candidata a ereditare il testimone di inno punk della band, direttamente da sua maestà Whatever Happened to my Rock ‘n’ Roll. Yeah!!
Bene, vi siete sfuriati abbastanza? Spero di sì, perché è tempo di sedersi e abbassare le luci, perché Some Kind of Ghost rappresenta l’ennesimo marchio di fabbrica del gruppo, questa volta in chiave blues/folk, lento e tranquillo. E si procede con l’inno gospel dell’album, Sometimes the Light. Avevano citato Spiritualized come fonte di ispirazione no? Bene, eccoli. Questo brano non sfigurerebbe se venisse suonato durante una messa liturgica. Ma ci avevano abituati anche a questo, quindi perché meravigliarsi.

Ci avviamo verso la fine del disco, mancano tre tracce. Funny Games è carica di effetti: basso distorto, chitarra con reverber e delay, voce con echo; preludio perfetto al suono maledettamente grunge (oh si, goduria) di Sell It. Una canzone lunga e sporca, che potrebbe tranquillamente essere inserita in una raccolta di Seattle degli anni 90’. Ci piace, e tanto!
Ma ai BRMC non piace chiudere facendo “caciara”, infatti via tutti gli effetti, si torna a suoni puliti, a tonalità melodiche e malinconiche, che sfiorano il pop. Lose Yourself è la lunga (quasi 9 min) ballad con cui si chiude alla grande questo bellissimo album.
Conclusioni? Nati nel 1998, al loro settimo album, i BRMC possono solamente dare conferme ai loro fan. Partendo da tante e diverse influenze, sono sempre capaci di sfruttarle al meglio, gestendole con grande capacità, intelligenza e maturità, per dare vita al loro suono, che ormai è inconfondibile, e realizzare una piccola gemma come questa. Ce n’é un po’ per tutti i gusti insomma: alternative, punk, blues, folk, garage, psychedelic, gospel.... tutto magistralmente amalgamato, che da vita ad un suono che sicuramente continuerà ad ispirare tantissime band, come ha sempre fatto.
Che dire, I just love Black Rebel Motorcycle Club.

Best Tracks: Returning, Teenage Disease, Sell It.

Voto: 8

1) Fire walker
2) Let the day begin
3) Returning 
4) Lullaby
5) Hate the Taste
6) Rival
7) Teenage disease
8) Some kind of ghost
9) Sometimes the light
10) Funny games
11) Sell it
12) Lose yourself

Recensione: X-ray Life - X-ray life (2012)


Recensione a cura di Antonio Spina

Come suona questo disco?Beh,direi Grunge! Anzi no...Hard rock! Mmmm...ok. SUONA, e anche bene! Dopo vari ascolti
non sono infatti ancora riuscito a decifrare bene il genere che propongono questi cinque ragazzi veneti. 
Probabilmente proprio perchè il grunge(e loro si definiscono anche un gruppo grunge) ingloba per definizione anche altri generi quali l'heavy metal,il punk rock e l'alternative rock. State tranquilli...in questo disco c'è proprio di tutto! 

18/03/13

Recensione: Deftones – Koi no yokan (2012)


Recensione a cura di Eli Brant

E’ dura cercare di essere obiettivi quando si è spudoratamente di parte. Allora provo solo a passarvi un concetto. Un’idea che mi è parsa chiara sin dal primo ascolto di “Koi no yokan” e che in fondo è anche il tentativo più sincero di obiettività che posso offrirvi: i Deftones sono diventati leggendari.
Quest’album segna la linea di demarcazione tra una band significativa ed un gruppo immortale.
E non sto esagerando.

16/03/13

Recensione: Amaze knight - The Key (2012)


Oh, ma sono bravi sul serio sti ragazzi: Fabrizio, Christian, Matteo, Max e Michele, complimenti davvero.
Questi ragazzi torinesi, che formano gli Amaze knight, hanno deliziato i miei padiglioni auricolari con questo The Key, davvero un lavoro sontuoso: curato, vario, tecnico, completo, che vede la collaborazione di Roberto Maccagno come produttore e sound engineer.
Per farvi avere un'idea diciamo che sono un incrocio tra il prog rock/metal di Dream Theater/Porcupine tree piú altre sfaccettature tipiche del progressive rock anni 70. 

14/03/13

Recensione: Sound city - Real to reel (2013)


Oh, Dave Grohl non ne sbaglia una, mannaggia all'animale!
Sará che venivo dall'ascolto ripetuto dell'ultimo "lavoro" dei Bon Jovi con dei suoni fintissimi e iperprodotti, ma, non appena ho ascoltato solo metá di questo disco (in realtá sarebbe una colonna sonora dell'omonimo film) su internet, ho pensato, entuasiasta: "Lo compro!"
Detto, fatto: la confezione é davvero magnifica, packaging old stlye che ricorda molto un mini-vinile. I suoni di questo disco sono davvero micidiali:  puri, diretti, sporchi e rock. Produzione P-E-R-F-E-T-T-A, come l'ultimo dei Foo fighters d'altronde.

12/03/13

Recensione: Bon Jovi - What about now (2013)


Come sará il nuovo album dei Bon Jovi? Non scervellatevi troppo, lo sapete esattamente. "Ma come, lo sappiamo?" "Sí, vi ho detto che lo sapete".

11/03/13

Intervista: Hellettrik


Di ritorno (provvisoriamente) nella mia terra natía, non mi sono lasciato scappare l'occasione di incontrare gli Hellettrik, band che ho giá recensito qualche mese addietro (clicca qui): Clay Mignemi (voce e chitarra), Fabrizio Galletta (basso) e Dario Pierini (batteria). Interessante cercare di capire come il sud potesse accogliere la creatività di una band emergente con degli obiettivi così internazionali: si parla di blues americano, rock inglese 60-70, ma anche tante influenze moderne. 

Avete presentato il disco per la prima volta in un locale di Catania, era la prima volta live per voi davanti ad un pubblico o vi eravate già esibiti?

Dario: No, come Hellettrik era la nostra prima volta. Abbiamo fatto una sorta di "prove aperte" al Teatro Coppola di Catania qualche mese prima, ma non era niente di ufficiale, stavamo solo provando i suoni della nostra strumentazione in un contesto più formale. Da quella volta è cominciata per noi una lunga ricerca per una giusta location dove poter presentare a dovere il disco.Ma stava passando troppo tempo senza che riuscissimo a fissare alcuna data certa. Optammo quindi per la velocità prendendo l'ingaggio al Chakra Lounge. Posto che di per se ci attraeva poco e niente a dire il vero. Forse la nostra vera prima serata ancora non è avvenuta, trovare delle condizioni ottimali è molto difficile.

Perchè? Come sono andate le prime serate a supporto del nuovo disco?

Dario: Beh sicuramente c'erano molte aspettative per le prime apparizioni live, venivamo da tante prove e lunghi preparativi che ci hanno impegnato molto sia dal punto fisico che mentale. Ma nonostante tutto devo dire che sia andata piuttosto bene, niente di quello che facciamo viene dato per scontato e questo è quello che veramente importa. Stiamo ricevendo parecchi consensi e tutto sta ingranando alla grande.

 

Come ha risposto il pubblico? Si esalta in particolare per qualche canzone?

Clay: Per i primi live, si sa, il fattore pubblico è da dividere in due parti: gli amici e quello che noi chiamiamo "il pubblico tecnico", ovvero tutti i musicisti che frenquentano altri musicisti, che vanno ai concerti e che passano le ore giudicando questo piuttosto che quell'altro. L'altra categoria di pubblico è quella dei fan, che ancora non abbiamo. I motivi sono ovvi, stiamo iniziando adesso e ci conosce ancora poca gente al di fuori della nostra cerchia. Credo sia principalmente un problema culturale legato alla Catania di oggi in effetti. Raramente ho visto persone smuovere il culo per un qualcosa di totalmente sconosciuto. Non c'è curiosità nell'aria di questi tempi...è la mia impressione almeno. Comunque sia, alla sera della nostra prima, parecchie delle persone in sala avevano già acquistato il disco precedentemente e ci ha sorpreso vederli addirittura cantare delle parti di canzoni. Anche se a dire il vero nel momento in cui questo accadeva, la mia preoccupazione maggiore era non dimenticare il testo, se fossi stato io a dimenticarlo sarebbe stato paradossale! (ride)

 

 C'è qualche brano in particolare che amate suonare?

Clay: E' bello suonare tutti i nostri brani perché l'idea in se di portare su un palco quello che si è concepito in momenti ben più intimi e personali è soddisfacente per noi! Però i brani che ci diverte di più suonare sono quelli più "aperti", come Downtown e Under the Line, dove spesso inseriammo jam improntate sul momento che ci tengono coinvolti ogni volta come se fosse la prima esecuzione. E un pò così lo è.

 

Come vi collocate rispetto alla situazione musicale della vostra citta?

Dario: A Catania si vive di amicizie e raccomandazioni. Noi siamo degli sconosciuti e non rientriamo in nessuna cerchia in particolare. Persino il nostro genere musicale sa di tanto ma di niente in particolare, tanto da non poter essere collocato. L'ingaggio alla Lomax (Catania), il più prestigioso ottenuto fin'ora, è arrivato quasi per caso. Dopo la fine dello spettacolo di quella sera, avevamo appena finito di suonare Under the Line, scendemmo dal palco e fummo fermati da una rappresentante di una abbastanza nota radio catanese (di cui la band preferisce non fare il nome). Il fatto è che in passato abbiamo per tanto tempo cercato di contattare la radio in questione, senza aver ricevuto nemmeno uno straccio di risposta, ma alla Lomax magicamente siamo stati notati! Viene da chiedermi se non sia così per tutte le band che suonano alla Lomax a sto punto. "Ci sono tante realtà musicali interessanti nella nostra città", sono in molti a dirlo ma in pochi sanno realmente di cosa parlano, dato che non gli viene dato spazio più di tanto.

Clay: Esatto, in molti si fanno avanti per far suonare band emergenti di qua e di la, ma si parla nella maggior parte dei casi di tribute band. Eh si, mi fa proprio rabbrividire l'argomento. Una rassegna per band emergenti che suonano cover? Ma stiamo di fuori?? Le tribute band stanno spopolando a Catania di questi tempi, è giusto che si sappia in giro come stanno realmente le cose e che ognuno faccia le proprie considerazioni. La domanda sarebbe: Catania è musicalmente una città attiva? Si, certo, le cover spaccano di brutto! I catanesi amano così tanto la musica da non sentire il bisogno di crearne di nuova.

 

Qualche aneddoto divertente?

Fabrizio: Quando stavamo per preparare i brani da eseguire dal vivo, qualche mese prima, ci preoccupavamo già di essere troppo rumorosi per i locali e per gli standard live di Catania. Effettivamente avevamo abbozzato una scaletta abbastanza potente, stavamo addirittura valutando l'ipotesi di non suonare nei piccoli locali, avremmo avuto sicuramente problemi con i gestori, pensammo. Un pomeriggio ci venne a trovare in sala un nostro amico. Fu uno dei pochi che riuscì ad intrufolarsi in salsa per ascoltarci in anteprima e noi eravamo molto emozionati, cercammo quindi di dare il meglio di noi... Si addormentò.

 

Perché “Hellettrik”? Da dove nasce questo monicker?

Dario: E' una storpiatura della parola inglese electric, e fino a qui ci arriviamo un pò tutti. Fu Clay a portare il nome nella band. Una volta Hellettrik veniva utilizzato per degli effetti di chitarra che Clay realizzava assieme ad un certo Fabrizio Castro. Tutt'ora nel setup della band figura l' Hellettrik Surf Box, un'unità di riverbero a molla analogico ideato interamente da loro. Quando Clay propose il nome, l'idea ci piacque molto e decidemmo di adottarlo.

Fabrizio: Tra l'altro avere come nome della band una parola assolutamente inventata ha i suoi punti a suo favore, specie nella realtà odierna, dove i motori di ricerca ne fanno da padroni

 

Altra domanda di rito: quali sono le vostre influenze?

Clay: il punto più importante della band sono le nostre influenze e quanto queste emergano all'interno delle nostre composizioni. Non è un caso se in molti non riescono ad individuare un genere predominante nella band, ognuno di noi viene da un background differente. se Dario viene dalla new-wave e Fabrizio dal southern-rock, io sono sicuramente il più blues dei tre. Ma nonostante le radici guardiamo molto più avanti e verso i giorni nostri di quanto si possa credere, non siamo per niente di vedute ristrette. In fase compositiva ad esempio, non ci poniamo limiti di alcun genere.

 

I vostri album preferiti?

Clay: è difficile dirti quelli preferiti perché ce ne sono stati tanti e ce ne continueranno ad essere, ma posso dirti che dischi come: "Appetite for Destruction" dei Guns n'Roses, "Led Zeppelin IV" e "Sticky Fingers" dei Rolling Stones mi hanno sicuramente cambiato la vita da metà anni '90. Ascoltavo anche parecchia roba di Elton John, Queen e Beatles da adolescente, ma erano per lo più playlist registrate su musicassette...bei tempi! Ad oggi, attendo con ansia l'ultimo di David Bowie: "The Next Day".

Dario: "Reggatta de Blanc" dei Police non è il mio preferito in assoluto ma ha significato molto per me e per il mio modo di suonare ancora attuale.

Fabrizio: "Let there be rock" degli Ac/Dc perchè incarna pienamente la filosofia rock per come la intendo io, istintivo ed energico. "Pronunced Leh-nerd Skin-nerd" dei Lynyrd Skynyrd e "The southern harmony & musical companion" dei Black Crowes, altri due album fondamentali per la mia crescita musicale. E poi c'è "Quadrophenia" degli Who, per me la più grande opera rock mai stata scritta. 

End of choice è la mia canzone preferita del disco, ci direste di cosa parla la canzone?

Clay: credo sia facile capire di cosa parla End of Choice, semmai risulta difficile capire a chi o cosa viene fatto riferimento nella canzone. Potrebbe riferirsi a qualcosa, un periodo o, volendo essere più scontati, ad una persona. Il punto è che quasi tutte le canzoni scritte finora risultano piuttosto aperte ad interpretazioni varie. Una cosa posso dirtela con sincerità però, è una delle poche canzoni ad aver cambiato di significato nel tempo, per me. La sento paradossalmente più vicina adesso di quando la scrissi due anni fa. Non l'avrei mai immaginato.

Qual è il vostro processo creativo? Come nascono le canzoni?

Dario: Le nostre canzoni nascono spesso da un riff portante che tramite improvvisazioni varie viene pian piano arricchito. In genere i testi e le melodie nascono in un secondo momento, vengono per lo più ispirati dal sound stesso del brano.

Fabrizio: Nel caso di "Flight of Colt" ad esempio, il giro armonico del brano ci comunicava un senso di leggerezza, libertà, rivalsa.. Mi ricordai di un vecchio articolo letto su un giornale di cronaca, riguardo un certo Colt. Quella di Colt è una storia vera, era un ragazzino con il sogno di volare, che sfidò le proprie sorti, da solo contro la security dell'esercito degli Stati Uniti d'America. Scrissi il testo, Clay lo adattò al brano e tutto andò alla grande!

Cosa state facendo attualmente? Passate i giorni a godervi i frutti del nuovo disco o siete dediti al lavoro?

Fabrizio: Non ci fermiamo mai! Abbiamo fatto un enorme lavoro fin'ora, autorprodursi un album è stato ancora più complicato di quanto pensassimo e la promozione che stiamo vivendo in questo periodo non lo è da meno. Nonostante ciò abbiamo ancora una voglia matta di vederci in sala per scrivere roba nuova e andare avanti. Ci sentiamo molto realizzati e attivi. All'orizzonte si intravedono parecchie cose interessanti, staremo a vedere...

 Un ringraziamento alla band per l'intervista, augurandoci che qualcosa possa cambiare nella scena musicale italiana: il pubblico si sta abituando al "giá sentito" (Aka cover) ed é sempre piú difficile per una band conquistare notorietá con degli inediti. Speriamo possa essere il caso degli Hellettrik, che hanno davvero tutte le carte in regola per conquistare un posto tra i "grandi".

A seguire delle foto inedite del primo concerto in assoluto tenuto dalla band e il primo video live mai pubblicato fin'ora..si tratta di if 6 was 9 di Jimi Hendrix, suonata durante la presentazione dell'album. 

Il loro, ovviamente, non quello di Jimi Hendrix.

 





www.hellettrik.com

hellettrik@gmail.com

05/03/13

La discografia (semiseria): Pantera

E' la volta dei Pantera, ladies and gentleman: ll talento dei fratelli Abbott, la timidezza e la fragilitá espressiva di Phil Anselmo e tante copertine brutte.

Metal magics, Project in the jungle, I am the night, Power metal (1983-1988):
Quando chiedi alla band "che mi dite di questi album?" loro rispondono cose del tipo "quali album?" o "Non sono nostri, ti stai sbagliando" o ancora "Se non te ne vai ti ammazzo". Quindi, perchè dovrei prendermi la briga di recensirli o commentarli? Eppure qualche canzone carina c'è, ma di certo non sono la band che conosciamo.

02/03/13

Recensione: Dossi Artificiali - Fresh Air and Cold Cola- EP (2012)


Ma tu guarda i casi della vita.

La band che mi ha recentemente contattato per avere  una recensione del loro ultimo EP sono i Dossi artificiali, una band che mi riporta indietro nel tempo:  ho avuto, infatti, la fortuna/sfortuna di condividere il palco con i Dossi Artificiali parecchi anni orsono, durante un concorso musicale in qualche paese sperduto del profondo sud. La fortuna sta nel fatto che ho assistito davvero ad una bella esibizione condita da ottima musica e che mi sono parecchio divertito ad ascoltarli, la sfortuna é che loro arrivarono secondi e la mia band di allora arrivó terza, quindi ci hanno "fregato" il secondo posto. "Fregato" ovviamente tra virgolette, la band mi era piaciuta tanto e, in ogni caso, il primo posto era giá prenotato da una band (a mio parere) raccomandata. Ma questa é davvero un'altra storia.

Dalla biografia si evince che la formazione, da allora, ha avuto piú di qualche scossone e cambiamento al suo interno, ma la band ha continuato la sua avventura ed é ancora perfettamente "Alive and Kickin'."